Una firma contro la discriminazione

Roma (Manifesto - Sarah Grieco), 6 gennaio 2021

Società della Ragione: subito il vaccino in carcere

Nonostante i dati ci dicano che solo l'asintomaticità sta, per il momento, limitando il numero delle vittime, neppure l'appello della senatrice a vita, Liliana Segre e del Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma ha rotto il muro della resistenza legato al ricatto del consenso.
Siamo tutti reclusi in questo anno di pandemia, ma c'è chi è più prigioniero di altri, più esposto ai rischi, più abbandonato: in questi mesi i detenuti stanno vivendo la più dura delle carcerazioni, impediti in gran parte delle attività e dei contatti con l'esterno, finanche con i familiari che possono vedere di persona, una volta al mese e separati da una barriera di plexiglas, unico conforto il telefono; il tutto per misure di prevenzione giustificate dal fatto che le carceri sono comunità chiuse, in cui convivono centinaia, se non migliaia di persone, in spazi insufficienti e con scarse condizioni igieniche, in cui è impensabile seguire le indicazioni di prevenzione e distanziamento fisico.
Se le persone sono rinchiuse, il carcere è, però, un luogo aperto, purtroppo anche al contagio, dove ogni giorno entrano ed escono molti addetti; appare drammaticamente evidente che le prigioni rappresentano uno dei posti a più alto rischio di rapida diffusione del virus in caso di contagio; non a caso il Comitato nazionale per la bioetica, nel Parere del 28 maggio 2020 definisce le carceri come "situazione particolarmente critica, anche perché critiche sono le condizioni di partenza", e inserisce le persone ristrette tra i gruppi più vulnerabili al contagio, assieme agli anziani confinati nelle Rsa.
Ma se le carceri sono come le Rsa e i detenuti rappresentano un gruppo "ad alta vulnerabilità bio-psico-sociale", come mai non sono stati inseriti tra le categorie prioritarie della campagna vaccinale contro il 'Covid-19', a differenza degli ospiti delle Rsa?
Se negli Istituti di pena l'età media è più bassa e le condizioni igienico-sanitarie peggiori, la diffusione delle patologie pregresse non è certamente importante?
Non va garantito loro il diritto alla pari opportunità nella tutela della salute o, forse, il timore di reazioni forcaiole è più forte?
Eppure, nelle circa 200 carceri italiane vivono e lavorano più di 100mila persone: oltre a detenuti e detenute, anche operatori di Polizia penitenziaria, personale socio-sanitario, amministrativo e di direzione, quotidianamente a rischio personale, ma anche potenziali diffusori del Coronavirus.
Per tutte queste ragioni, la 'Società della ragione ha lanciato una petizione su Internet (change.org/vaccinonellecarceri) rivolta al ministro della Salute, Alfonso Bonafede e al Commissario straordinario, Domenico Arcuri, al rispetto delle indicazioni fornite dal Comitato nazionale per la bioetica; si chiede che i detenuti, gli operatori penitenziari e tutti coloro che svolgono attività lavorative ed educative in carcere, vengano inseriti tra le categorie prioritarie nella vaccinazione contro il 'Covid-19', al pari degli altri ospiti e degli altri operatori di comunità chiuse: occorre mettere fine a questa palese discriminazione nei confronti di soggetti ugualmente vulnerabili, la cui salute è totalmente nelle mani delle istituzioni che, seppur a titolo diverso, li custodiscono.
Anche le Regioni, ognuna nell'ambito di operatività stabilito dal Piano nazionale vaccinale, potrebbero svolgere un ruolo importante; e qualora residuassero le dosi di vaccino assegnate nella Fase uno, si potrebbe individuare autonomamente target di popolazione ulteriore da vaccinare con priorità, proprio come i detenuti e quanti lavorano negli Istituti di pena: è ora di porre rimedio verso una dimenticanza che rischia di apparire agli occhi dei detenuti e delle loro famiglie solo come una pena aggiuntiva.

Aggiornato il: 12/01/2021