Storia di Salvatore

Milano (Agi - Manuela D'Alessandro), 25 novembre 2020

Ha 77 anni ed è in carcere con il Coronavirus
 
La vicenda di Salvatore che ha contratto il virus nel carcere di massima sicurezza di Opera dove è recluso da 34 anni per reati legati alla criminalità organizzata e ora è stato spostato nell'hub di San Vittore.
"L'ultima volta che l'ho visto (il 7 novembre 2020) - afferma il suo avvocato - piangeva e mi ha detto che non ne poteva più; il mio assistito è affetto da numerose e gravi patologie, come si può leggere in una relazione dell'ospedale San Paolo, dove in passato era stato curato, in cui si parla di 'altissimo rischio di evento acuto anche fatale in paziente diabetico a rischio infarto senza sintomi', oltre ad un'aritmia fatale".
Per due volte, durante la prima ondata, il suo difensore ha chiesto al tribunale di Sorveglianza di concedergli i domiciliari con l'applicazione del cosiddetto 'differimento pena umanitario', richieste respinte con l'argomento che il detenuto si trovava già ricoverato al San Paolo prima e al Sacco poi per accertamenti.
"Una volta dimesso - spiega il legale - ora si trova a San Vittore dove c'è l'hub in cui vengono trasferiti i positivi e i suoi familiari sono molto preoccupati perché, com'è noto, l'età e le patologie pregresse accentuano i rischi in caso di positività; un detenuto così non può stare in carcere".
Salvatore è in regime di ergastolo ostativo, cioè una pena senza fine che non prevede la concessione di benefici, salvo che il recluso non collabori con la giustizia; tuttavia, nell'ottobre 2021 la Consulta ha stabilito la parziale incostituzionalità dell'ergastolo ostativo nella parte in cui prevede di subordinare la concessione di benefici alla mancata collaborazione, soprattutto quando i fatti siano molto risalenti: "Il mio assistito - afferma il difensore - non è mai uscito dal carcere se non andare ai processi o in ospedale, paga per fatti di più di 30 anni fa e non ha nessuna intenzione di ripristinare i suoi collegamenti con la criminalità e commettere reati, un uomo nelle sue condizioni, oggi, pure con il Coronovairus, non può restare in carcere".

Milano (ildubbio - Damiano Aliprandi), 27 novembre 2020

Detenuto in fin di vita a Opera

Per un detenuto di Opera il suo legale si era vista respinta l'istanza di detenzione domiciliare poche settimane fa, sta per morire, è talmente peggiorato che hanno dovuto sospendere la cura e hanno cominciato a eseguirgli la terapia palliativa per alleviare le sofferenze.
Parliamo di uno dei detenuti al 41 bis che hanno contratto il 'Covid-19' e che è stato ricoverato d'urgenza in ospedale; si chiama Salvatore, si trova al 41 bis dal 1999, è cardiopatico, è già stato operato di tumore e ha i polmoni malandati.
Circa 10 giorni prima di contrarre il Coronavirsus, si era visto respingere l'istanza per la detenzione domiciliare: per il giudice stava al sicuro, curato e non esposto al contagio visto il regime di isolamento, purtroppo, come gli altri reclusi al 41 bis a Opera, così non è stato, d'altronde, dopo le indignazioni sulle scarcerazioni durante la prima ondata anche nei confronti dei detenuti malati dei regimi differenziati, c'è stato un susseguirsi di istanze rigettate da parte dei magistrati di Sorveglianza.
Salvatore, da settimane è ricoverato in terapia intensiva e, a quanto risulta, non c'è nulla da fare: la direzione di Opera, in questi giorni, ha messo a conoscenza del suo avvocato l'evolversi della situazione clinica del suo assistito, l'ultima è arrivata ieri che recita: "In anamnesi: allergia a penicillina, cefalosporine, Asa, ipertensione arteriosa sistemica, Bpco ad impronta enfisematosa, associata a fibrosi polmonare (desaturazione al 6'WT nel 2017), ipotiroidismo in terapia sostitutiva attualmente in compenso, diabete mellito di tipo 2, insufficienza renale cronica, cardiopatia ischemica, vasculopatia multi distrettuale (Tea carotidea sx, stenosi inveterata carotide dx; esclusione endovascolare di AAA sottorenale)".
La sua condizione clinica era ben descritta dai medici dell'ospedale San Paolo di Milano, infatti, si legge che "durante la degenza veniva impostata una terapia secondo il protocollo aziendale con desametasone per via endovenosa, celecoxib, remdesivir, eparina s.c a dosaggio scoagulante per l'incremento dei livelli di 0- dimero, ossigenoterapia ad alti flussi con maschera Resevoir. Durante la degenza non si è riscontrato un miglioramento del quadro pneumologico con scambi respiratori ancora gravemente insufficienti nonostante la terapia con c-Pap mediante casco impostata in data 17 novembre 2020 (il giorno prima aveva già eseguito valutazione rianimatoria che concludeva, vista la fragilità del soggetto per le numerose co-morbidità e la storia clinica, non indicato un approccio terapeutico invasivo), veniva inoltre impostata terapia antibiotica nel sospetto polmonite ab ingestis e che attualmente Il paziente appare in progressivo peggioramento nonostante gli alti flussi di ossigeno tramite c-Pap".
La situazione clinica è degenerata e presagisce l'imminente trapasso del detenuto: "Infruttuoso ogni tentativo di miglioramento degli scambi respiratori. Contattati i pneumologi che ribadiscono la non disponibilità di Niv, il cui utilizzo peraltro non cambierebbe al momento la prognosi infausta e potrebbe solamente arrecare un ulteriore disagio al paziente. Si decide pertanto la rimozione del casco e del sondino naso-gastrico. Si posiziona maschera con 02 terapia ad alti flussi con Reservoir e terapia palliativa. L'instabilità clinica attuale del paziente contrindica un eventuale trasporto c/ o altra struttura)".
In via del tutto eccezionale - visto la situazione - il Dap aveva autorizzato una visita dei parenti ma l'ospedale si è opposto, sulla base delle disposizioni sanitarie di carattere generale introdotte dal Dpcm.
"A costo di essere banali, quella di Salvatore è la cronaca di una morte annunciata, sapevano tutti che sarebbe finita così, eppure nessuno ha mosso un dito", dice con amarezza il suo difensore.


 

Aggiornato il: 27/11/2020