Simspe, carcere e pandemia

Reggio Calabria (meteoweb - Monia Sangermano), 6 ottobre 2020

Riduzione del sovraffollamento ma anche nuovi disagi psichiatrici

"Il sovraffollamento degli Istituti penitenziari è decisamente migliorato: si è passati dal 20,3 per cento al 6,6 per cento per l'assenza di arresti nel periodo del lockdown".
La pandemia di 'Covid-19' ha colpito anche le carceri, provocando diversi effetti, fortunatamente i contagiati sono stati sporadici e non particolarmente critici.
"Dopo le proteste iniziali e gli inevitabili timori che le carceri divenissero una polveriera, le norme previste dal Dpcm dell'8 marzo 2020 per gli Istituti penitenziari hanno consentito di limitare i contagi: i casi sintomatici dei nuovi ingressi sono stati posti in isolamento; i colloqui si sono tenuti in modalità telematica; sono stati limitati i permessi e la libertà vigilata - evidenzia Sergio Babudieri, direttore scientifico della Società italiana di medicina e sanità nei penitenziari (Simspe) - tuttavia, con la seconda ondata il virus si è diffuso in diversi ambiti, ben oltre gli ospedali e le Rsa che erano stati in primavera i principali incubatori, di conseguenza qualsiasi nuovo detenuto va in un'area di quarantena e viene sottoposto a tutti i protocolli, secondo un filtro analogo ai Triage negli ospedali".
"Tra le conseguenze della pandemia emergono, però, anche dati positivi - aggiunge Babudieri - il cronico sovraffollamento, che costituiva una minaccia per una potenziale diffusione del 'Covid-19', invece, è andato incontro a un notevole miglioramento: si è passati dal 20,3 per cento al 6,6 per cento poiché non vi è stato il normale turn-over dovuto all'assenza di arresti nel periodo del lockdown: al 31 gennaio 2020 nei 190 Istituti penitenziari vi era una capienza di 50.692 (dati ufficiali del ministero della Giustizia) e 60.971 detenuti presenti, con un surplus di 10.279, pari al 20,3 per cento; adesso, a fronte di una capienza di 50.574 posti letto, i detenuti effettivi sono 53.921, con un sovraffollamento calato radicalmente a 3.347 pari al 6,6 per cento; questo, però, deve imporci controlli sempre più accurati, perché la popolazione ristretta è praticamente suscettibile al Coronavirus e, in genere, alla circolazione di altri virus, in particolare quelli epatici come Hcv, ne consegue che in questa nuova fase dell'epidemia divenga mandatoria l'esecuzione di test combinati Hcv/Coronavirus nei 190 Istituti penitenziari".
Il 'Covid-19' ha evidenziato un'altra emergenza sanitaria: quella della salute mentale, depressione, ansia e disturbi del sonno, durante e dopo il lockdown, hanno accompagnato e stanno riguardando più del 41 per cento degli italiani, e le persone rinchiuse nelle carceri costituiscono soggetti particolarmente vulnerabili: secondo dati noti, circa il 50 per cento dei detenuti era già affetto da questo tipo di disagi prima della diffusione del virus, erano frequenti dipendenza da sostanze psicoattive, disturbi nevrotici e reazioni di adattamento, disturbi alcol correlati, disturbi affettivi psicotici, disturbi della personalità e del comportamento, disturbi depressivi non psicotici, disturbi mentali organici senili e presenili e disturbi da spettro schizofrenico.
"Il problema psichiatrico e quello del disagio mentale è diventato una delle questioni più gravi del sistema penitenziario - sottolinea il presidente della Simspe, Luciano Lucanìa - in sede congressuale abbiamo avuto un confronto su questo tema delicato con i contributi di accademici, direttori di penitenziari, medici specialisti che lavorano nella psichiatria territoriale e operatori attivi nel sistema penitenziario, è evidente come la pandemia, soprattutto nei primi mesi, abbia reso queste problematiche ancora più evidenti e nelle ultime settimane la situazione è diventata ancora più complessa; non esistono soluzioni pronte e preconfezionate, ma noi crediamo che sia necessario per gli operatori, per la comunità carceraria e per i politici fare presente limiti, problemi, prospettive e chiedere soluzioni: da una parte si devono integrare i servizi sul territorio e i servizi del carcere, dall'altra serve un sistema carcerario che sia in grado di affrontare autonomamente questo tipo di problemi".
Il ruolo dell'infermiere nell'ambito penitenziario è centrale, sebbene spesso non venga messo a fuoco a sufficienza; in virtù del decreto n. 739 del 1994 l'infermiere è colui che si occupare dei servizi assistenziali, tuttavia, rappresenta una figura chiave perché è insignito di una responsabilità che va oltre quella sanitaria, poiché coinvolge la sicurezza personale di tutti coloro che lavorano in carcere, perché da una parte lavora in equipe con i medici e dall'altra ha rapporti con altre figure, come gli educatori, toccando così anche gli aspetti sociali, oltre a quelli sanitari.
"Come Simspe stiamo sviluppando diverse ricerche che permettano di valorizzare la figura dell'infermiere e di ottimizzarne il contributo - evidenzia Luca Amedeo Meani, vice presidente della Simspe - uno studio sull'operatività dell'infermiere (il cosiddetto 'Moral distress' o Disagio morale) era preoccupante e si è aggravato ulteriormente in questi mesi: i dati emersi mostrano un livello molto elevato rispetto ai parametri medi di valutazione e spesso coinvolgono ragazzi che avevano solo tre o quattro anni di esperienza in servizio, da qualche settimana stiamo integrando lo studio con item che riguardano il Coronavirus; in un secondo luogo, stiamo portando avanti un'analisi che riguarda la gestione del 'Rischio clinico', che permette di determinare in modo scientifico quali potrebbero essere le misure correttive per abbassare i rischi da un livello potenzialmente elevato a uno standard accettabile; questo lavoro è iniziato prima della pandemia e ha aiutato molto nella prevenzione del Coronavirus, l'assenza di casi gravi e il mancato diffondersi della pandemia in questi ambienti è stato anche grazie a questo sistema di prevenzione e di analisi del rischio".

Aggiornato il: 06/10/2020