A San Vittore abbiamo vinto il Coronavirus

Milano (Corriere della sera - Paolo Foschini), 8 giugno 2020

Sanificazione, distanziamento e mascherine con i 'Medici senza frontiere'.

Il primo contagiato di San Vittore è datato 30 marzo 2020 e in realtà non stava neanche a San Vittore: un detenuto ricoverato in ospedale da novembre 2019 e per altri motivi, il Coronavirus lo prese fuori e fuori guarì; quella che in carcere era già entrata da un pezzo, però, era la paura, tra i detenuti e tra gli agenti, non solo per sé ma quasi di più per le loro famiglie.
"Non è stato semplice all'inizio", dice Ruggero Giuliani che di San Vittore è il coordinatore sanitario, finalmente sorridendo (o quasi) sotto la mascherina, ma ora intorno a lui l'èquipe di 'Medici senza frontiere', arrivata poco più di due mesi fa, cammina lungo il corridoio che porta al Centro 'Covid-19'. allestito nel frattempo e, al cui ingresso, appena di qua dal cancello, un agente tutto bardato indica, ormai, con naturalezza la bacinella di candeggina a terra per la disinfezione delle suole: in tutto simile a quella che potrebbe stare fuori da un reparto colera ad Haiti.
"L'ordinaria amministrazione per Msf: è stata una lezione importante - dice il direttore, Giacinto Siciliano - molto impegnativa, va da sé, con in mezzo la rivolta esplosa il 9 marzo 2020 qui come in altre carceri italiane, ma oggi San Vittore, forse, può ricominciare a guardare avanti con in più l'esperienza unica di aver allestito in tempo record un reparto 'Covid-19' non solo per i suoi detenuti, ma per anche per quelli di altri Istituti lombardi".
In tutto 62 pazienti accolti e curati, finora, una ventina di San Vittore, gli altri soprattutto da Lecco e da Voghera, un paio da Bergamo e da Brescia. Solo un detenuto non ce l'ha fatta: asintomatico, peggiorato in poche ore, ricoverato all'ospedale San Paolo di Milano, due settimane di terapia intensiva, niente da fare.
Il reparto 'Covid-19' di San Vittore, realizzato in quello che prima era il Centro clinico, è attrezzato solo per i trattamenti normali (che non è poco in un carcere: trasferiti al Centro clinico del carcere di Opera, i 90 pazienti presenti prima) questo è stato trasformato secondo i criteri disegnati dagli esperti di Msf; nella loro équipe ci sono Marco Bertotto e Sara Sartini, e Silvana Gastaldi che è arrivata poche settimane dopo che il carcere aveva interrotto in via cautelare quasi tutte le attività di gruppo dei detenuti, i colloqui con gli esterni e l'ingresso ai volontari.
"Momenti di tensione altissima - ricorda chi c'era - nessuno sapeva bene cosa fare, come del resto fuori, ma quando siamo arrivati e abbiamo cominciato a spiegare come comportarsi - dice la dottoressa Sartini - il clima è diventato di fiducia e le cose sono andate sempre meglio".
Il centro è divenuto un modello, spiega Bertotto: "Come Msf lo abbiamo portato nelle Marche, in Piemonte e in Liguria", mentre a San Vittore il lavoro quotidiano, finita la formazione, veniva portato avanti dall'èquipe medica del carcere: tutti volontari gli operatori del reparto, sia tra gli agenti ("Prima si sono fatti avanti i più giovani - riconosce Pietro Corallo, 27 anni di servizio - sul loro esempio, anche noi più anziani, abbiamo capito che dovevamo esserci"), sia tra i detenuti addetti ai servizi di cucina e pulizia, come Stefano Belfiore, 37 anni: "Una esperienza molto forte, che mi porterò fuori".
Il resto del lavoro più impegnativo è stata la gestione degli ingressi dei nuovi arrestati: impossibile imporre una quarantena individuale a ciascuno, adottata una quarantena a gruppi, divisi per giorno di arrivo, al Quinto raggio.
Ha funzionato, così come sta funzionando una delle attività di cui 'Covid-19', a fronte dell'interruzione di tutte le altre, ha invece quasi imposto l'avvio: un gruppo di detenuti e di detenute produce attualmente 2.500 mascherine al giorno, in parte destinate anche all'esterno.
Dopodiché questo ha rappresentato solo una parte di quel che sono stati i mesi 'Covid-19' in carcere: problemi giganteschi a cui si è cercata una soluzione nei limiti del possibile, talora con risultati che sarebbe anche bello conservare: "Come le telefonate e le video-chiamate quotidiane tra detenuti e familiari», dice Siciliano.
"Anche per la Polizia penitenziaria - sottolinea il comandante, Manuela Federico - è stato un momento di ritrovata collettività".
"All'inizio - ricorda il provveditore regionale, Pietro Buffa - il timore era che il Coronavirus potesse essere per le carceri una tragedia, invece, abbiamo sperimentato che agire in squadra consente di affrontare anche le situazioni più difficili", come era stata già a marzo 2020 la rivolta che aveva devastato il Terzo raggio.
Ora anche il reparto della 'Nave' all'ultimo piano - coordinato dalla èquipe di Graziella Bertelli - è stato completamente rimesso a posto dagli stessi detenuti, il fotografo Nanni Fontana ha regalato fotografie giganti che ora riempiono il reparto; quel che l'intero carcere aspetta, un po' alla volta, è a questo punto la ripresa delle attività che, per fortuna, piano piano, sta iniziando perché di Coronavirus si muore ed è vero, ma di inattività, in un luogo chiuso, si può comunque impazzire.
 

Aggiornato il: 01/02/2021