A Bollate lo stupratore entra in terapia

Milano (Corriere della Sera - Elisabetta Andreis), 12 dicembre 2019

Il percorso riduce le recidive dal 50 al 4 per cento, ma mancano fondi

“Penso che non mi sentirò mai sicuro, chiedo di essere seguito ancora, il più possibile, anche se ho finito di scontare la mia pena e ho fatto un lunghissimo percorso”. E poi: “Tutti abbiamo un pozzo nero, un abisso che dobbiamo saper riconoscere e gestire; ho imparato che la responsabilità della scelta è sempre in capo a noi, la svolta è quando smetti di minimizzare, di dire che è colpa di altri, chi sostiene che la vittima provocava con la minigonna, non ha capito niente”. Questo è il faticoso tentativo di risalita di Stefano. Ha 55 anni, è separato, è un ex manager di azienda, è padre di due figlie, di 22 e 24 anni, che hanno scelto di abitare con lui e gli sono sempre state vicine. Stefano si è macchiato di un gravissimo reato sessuale.
Ora l'uomo riavvolge il nastro e racconta quanto accaduto: “Passavo ore al computer, di sera, al buio, avevo una dipendenza compulsiva da pornografia, chattavo e irretivo, cercavo donne da sottomettere, in una necessità che mi arrivava dal profondo; oggi dico che la mia perversione ha raggiunto derive irrispettose, indicibili, violente; egoista assoluto, non avevo alcuna considerazione per l'altro”.
Di solito erano rapporti occasionali ma a un certo punto, nel 2010, con una ragazza di 20 anni (dunque parecchi meno di lui), inizia una relazione, tra i due non era amore paritetico: “Godevo della posizione dominante, volevo solo raggiungere il mio obiettivo”. Un paio di incontri spinti al limite del sadismo, l'aut aut di lei, lo spergiuro (“non accadrà più”) e invece il terzo appuntamento è scivolato nell'abisso: torture, imposizione, minacce, violenza sessuale. “Lei, che aveva pochi anni più delle mie figlie, ha trovato la forza di denunciarmi”, dice oggi Stefano.
In primo grado Stefano viene assolto e, se non fosse stato per il ricorso della procura, la condanna (sei anni) non sarebbe arrivata mai.
Mentre era in carcere la figlia minore, all'epoca liceale, scopre in rete la possibilità di un percorso per 'sex offender' attuato dalla cooperativa sociale di professionisti Cipm, presieduta dal criminologo clinico Paolo Giulini. Riesce a convincere il padre a proporsi, Stefano viene ammesso e quindi viene trasferito all'unità di trattamento intensivo interno al carcere di Bollate. Si impegna sei giorni su sette, mattina e pomeriggio. Dopo un anno non è ancora pronto, gli operatori lo invitano a continuare ed è ancora una volta la figlia che lo spinge ad andare avanti.
E un progetto, che produce risultati rilevanti (tasso di recidiva del 4 per cento, contro il 50 per cento senza trattamento), dal 2005 a oggi ha ricevuto solo piccoli finanziamenti spot. “Cerchiamo di sopravvivere con quei fondi ma non è semplice - ammette Giulini - bisogna prendersi cura di chi viene violato e c'è anche la necessità di comprendere e recuperare chi abusa, per riportare all'umanità quegli individui e per la stessa sicurezza sociale”.
Stefano, che compare anche come utente nel docu-film ‘Un altro me’ di Claudio Casazza, dedicato al lavoro e all'impegno degli operatori, è uscito dal carcere e mantiene rapporti costanti con l'èquipe nel presidio criminologico istituito dal Comune di Milano. Proprio ieri ha dato la disponibilità a partecipare come volontario a gruppi di cittadini che accompagnano nel reinserimento sociale autori di reati sessuali e persone a rischio.
Sarebbe tra i primi d'Italia. “Ho ben chiaro che facendolo aiuterò prima di tutto me stesso", dice Stefano, e conclude: “Ci sono pulsioni ammalate che diventano estreme, atti rischiosi, gesti che diventano reato, io non voglio commetterne mai più, in tutta la mia vita”.