Vincenzo Giudice, " Credo che ognuno di noi, accostandosi a questa cerimonia in un luogo tanto sacro - non solo dal punto di vista religioso, ma anche civile - ne avverta la solennità propria degli eventi che segnano maggiormente la storia di una comunità"

Onori del Famedio a 11 concittadini benemeriti

Il Presidente del Consiglio Comunale Vincenzo Giudice, alla presenza del Sindaco, Gabriele Alberini, conferisce gli Onori del Famedio del Cimitero Monumentale a 11 concittadini Benemeriti. Invitati i familiari

Vincenzo Giudice - Presidenza del Consiglio

02/11/2005



Mercoledì 2 novembre, alle ore 11.30, presso il Famedio del Cimitero Monumentale, il Presidente del Consiglio comunale, Vincenzo Giudice conferirà gli Onori del Famedio a 11 concittadini milanesi Benemeriti: Lidia De Grada Treccani, Gina Lagorio, Elda Scarzella Mazzocchi, Renata Tebaidi, Alberto Lattuada, Massimo della Campa, Guido Vergani, Gianni Comencini, Giancarlo Vigorelli, Gino Bramieri, Giorgio Covi.

Vincenzo Giudice:
<<Ognuno di loro ci ha lasciato un contributo importante che ha consolidato i primati, le eccellenze di Milano in molti settori.
L’onore del Famedio è il segno tangibile della memoria sospesa tra il tempo e l’eternità.
E’ la testimonianza – giusta e doverosa, in questo giorno di raccoglimento individuale e privato ma anche collettivo e sociale – della ricchezza che la città ha ereditato dai suoi figli migliori: una nuova conferma dei valori civili e morali che sono alla base dell’identità della storia ambrosiana .
Ho voluto celebrare i nostri concittadini Benemeriti anche con una pubblicazione comunale: Milano ricorda.>>


LIDIA DE GRADA TRECCANI
Donna dallo straordinario fascino e intelligenza segnò l’epoca dell’antifascismo e della ricostruzione.
Forte e insieme dolce, vissuta sempre fra arte e politica attiva.
Esempio di una generazione che ha attraversato avventurosamente antifascismo, guerra e ricostruzione, a cui tutti, indipendentemente dalle convinzioni politiche, devono molto.
Nata nel 1920 a San Gimignano da una famiglia di artisti – il nonno Antonio fu pittore decoratore, il papà Raffaele era un noto pittore mentre la mamma Maddalena Ceccarelli scriveva poesie – Lidia De Grada nel ’29 si trasferì a Milano, dove frequentò il liceo artistico e poi l’Accademia di Brera.
L’appartamento dei De Grada in via Omboni divenne ben presto un punto d’incontro per i giovani antifascisti: merito del fratello Raffaele, in casa chiamato Raffaellino, per distinguerlo dal papà.
Fu lui il primo in famiglia a diventare militante comunista, mentre la casa si trasformò in un porto di mare, ove si incontravano intellettuali, artisti e scrittori. Tra questi i pittori Tosi, Carpi, Guttuso, Tomea, Cantatore, Fontana, Mucchi, Birolli, Marussig e Treccani, lo scultore Manzù, critici, scrittori e poeti come Ferrata, Anceschi, Quasimodo, Gatto, Vigevani, Sinisgalli, Sereni, Vittoriani e Carrieri, oltre a Venanzi, Ferrieri e al regista Lattuada.
Tutti amici del movimento di “Corrente”, rivista fondata e diretta dal giovane Ernesto Treccani, anche lui pittore, figlio del senatore Giovanni Treccani degli Alfieri, industriale tessile, fondatore ed editore dal 1925 dell'Enciclopedia Italiana.
Nel 1995, dopo più di cinquant'anni di militanza comunista, Lidia De Grada Treccani ha raccontato la sua storia, a volte generosamente esemplare, nel libro Signora Compagna, un titolo che sintetizza il contrasto a cui ha saputo, scelta dopo scelta, dare una personale forma componendolo nella sua vita.
I ricordi: <<Ernesto Treccani , pur provenendo da una famiglia alto borghese, non solo aveva preso la via della sinistra ma aveva fondato la rivista "Corrente" intorno alla quale si erano raccolti, fino alla sua soppressione da parte di Mussolini alla vigilia dell’entrata in guerra nel 1940, poeti, filosofi, scrittori, pittori, scultori>>.
Treccani e Raffaellino De Grada si frequentavano mischiando case e compagni.
Lidia, sorella di Raffaellino, fu conquistata dalla gentilezza dei modi e dall’intensità dello sguardo di Ernesto. E lui dallo straordinario fascino e dall’intelligenza della giovane. Si sposarono nel 1943 a Macugnaga.
E così due giovani di classi sociali diverse, avendo però gli stessi ideali, cominciano la loro vita di sposi. Ma Ernesto fu arrestato per aver distribuito stampa clandestina.
Rilasciato, per la coppia iniziò un periodo difficile e avventuroso: vagavano da una casa di amici all’altra, ricercati dalla polizia politica.Decisero allora di riparare in Svizzera, dove nacque a Mendrisio il loro primo figlio Giulio.
Furono alloggiati in un campo di concentramento per profughi.
Con la liberazione tornarono a Milano, dove nel ‘46 nacque la figlia Maddalena.
L’impegno personale continua: Ernesto per anni pittore e attivista a Melissa, in Calabria, dopo l'eccidio durante una manifestazione per la terra ai contadini; Lidia alla scuola di partito e, per 35 anni, con incarichi nella pubblica amministrazione. Eletta infatti nel 1957 consigliere al Comune di Milano per due amministrazioni, fu poi consigliere alla Provincia e quindi assessore del Comune di Rozzano. Attiva nell’U.D.I. (Unione donne italiane), si impegnò con continuità nel sociale e nel mondo della scuola, dirigendo inoltre dal 1964, con Gianni Rodari e Ada Gobetti, il Giornale dei genitori.
Negli ultimi anni era vicepresidente della Fondazione Corrente.



GINA LAGORIO
La scomparsa di Gina Lagorio rappresenta un grave lutto per la cultura italiana.
La sua dipartita è stata resa nota dal suo editore storico, Garzanti, a cui la scrittrice aveva consegnato da poco il suo ultimo libro, “Capita” che racconta il calvario seguito all'ictus che la colpì la due anni fa.
Gina Lagorio era nata a Bra, nel cuneese, nel 1922, e nelle sue opere il legame con la sua terra compare sempre chiaramente.
Nei suoi libri emergono i paesaggi piemontesi sullo sfondo della tenuta di famiglia, che le comunicarono una sensibilità particolare.
Ma anche l'eredità della tradizione letteraria piemontese, da Pavese a Fenoglio, e ligure, da Barile a Sbarbaro.
Figlia unica, Gina sviluppa una passione per la lettura e la scrittura e si laurea in Letteratura Inglese all'Universita' di Torino.
Cominciò a lavorare come insegnante di inglese, mentre collaborava con molti giornali,scrivendo soprattutto di letteratura, la sua grande passione.
Nella carriera da scrittrice esordì dopo i trent'anni.
Nel 1969 pubblicò «Un ciclone chiamato Titti», dedicato a sua figlia.
Pochi anni dopo la sua vita venne sconvolta dalla morte del marito Gino Lagorio, protagonista della Resistenza. A lui è dedicata quella che viene considerata una delle sue migliori opere: «Approssimato per difetto».
Nel 1974 si stabilì a Milano, dove intraprese la carriera politica, battendosi per i diritti delle donne. Si risposò con l'editore Livio Garzanti, la cui casa editrice pubblicò quasi tutti i suoi libri.
Nel 1987 fu eletta al Parlamento, dove entrò fra gli Indipendenti di Sinistra.
Aderì alla rivista e al circolo culturale “Società Civile” a cui diede grande impulso e linfa vitale con i suoi preziosi interventi.
Ha scritto opere di narrativa, di saggistica e di teatro.
Tra i suoi titoli «La spiaggia del lupo», «Fuori scena», «Tosca dei gatti», «Golfo del paradiso», «Tra le mura stellate», «Il silenzio», «Il bastardo ovvero gli amori, i travagli e le lacrime di Don Emanuel di Savoia», «Inventario», «L'arcadia americana» .
Ha scritto diverse opere di saggistiche, dedicate agli scrittori più amati <<Elogio della zucca>>.
Tra i saggi si ricordano <<Fenoglio>>, <<Sui racconti di Sbarbaro>>, <<Russia oltre l'Urss>,
<<Il decalogo di Kieslowski>>.
Gina Lagorio ha anche scritto per il teatro e le sue opere sono raccolte in un volume dal titolo <<Freddo al cuore>>.
Ha collaborato con diversi progammi televisivi.
Purtroppo è stata sottratta alla società, all’Italia e a Milano, quando poteva dare ancora molto.



ALBERTO LATTUADA
Grande esploratore dell'universo cinematografico, fondatore della Cineteca Italiana, infaticabile organizzatore di rassegne e retrospettive, Alberto Lattuata, milanese di nascita, diede al mondo intellettuale ampia misura del suo eclettismo in svariati ambiti.
Nato a Milano il 13 novembre 1914, già da bambino conobbe la magia del grande spettacolo assistendo alle rappresentazioni delle opere composte dal padre, il musicista Felice Lattuada.
Più di quella della Scala, però, saranno le platee cinematografiche ad attrarre la sua attenzione. Prima di conseguire la laurea in Architettura, Lattuada scrive e pubblica racconti e poesie, mentre scopre l'amore per il cinema, che lo spinge a ricercare, collezionare copie di film destinati al macero.
Alla fine degli anni '30, insieme a Mario Ferrari e Gianni Comencini getta le basi di quella che diventerà la Cineteca italiana, che avrà il merito di salvare opere dal valore incommensurabile. Prima di esordire come regista, Lattuada misura il suo eclettismo in vari campi.
Durante gli studi di architettura, collabora con diverse riviste scrivendo articoli sul cinema e sulla pittura. Si dedica con passione alla fotografia e nel 1941 raccoglie i suoi scatti migliori ne L’occhio quadrato.
Dopo essere stato assistente di Mario Soldati esordisce come regista nel 1943 con
Giacomo l’idealista a cui segue nel 1945 La freccia nel fianco.
Considerato nel primo dopoguerra uno dei più originali esponenti del neorealismo, successivamente mostra di prediligere la trasposizione delle opere di grandi autori come Riccardo Bacchelli , Gogol e Giovanni Verga .
Nel 1951 <<Anna>> incassa un miliardo in Italia e viene ugualmente acclamato negli Stati Uniti, grazie anche alla presenza della Mangano, futura figlia del capitano nella megaproduzione La tempesta
I suoi film, in cui non esita a denunciare pregiudizi e ipocrisie della morale piccolo borghese, incorrono nelle ire della censura.
Pur continuando a portare sullo schermo opere letterarie, realizza un cinema aderente alla vita contemporanea.
Gli anni 50 si aprono con Luci del varietà, diretto insieme a Federico Fellini, che coincide con l’allontanamento dalle tematiche tipiche del neorealismo per far luce sulle illusioni e disillusioni dei singoli personaggi e sull’analisi delle loro personalità.
Tra i titoli più importanti di questi anni vanno ricordati Il cappotto (1952) e La spiaggia (1953) nei quali al profondo amore con cui vengono visti i personaggi corrisponde uno sguardo amaro e disincantato sull’ipocrisia di una società perbenista e bigotta che isola i protagonisti in un vortice di solitudine e disperazione.
Negli anni 60 oltre ai consueti adattamenti letterari portati sullo schermo con impeccabile cura visiva Lattuada affronta con disinvoltura generi diversi: il giallo ( L’imprevisto 1961 e Il mafioso 1962) la commedia ( Don Giovanni in Sicilia 1967) il film di guerra ( Fraulein Doktor 1969). Con i film dei primi anni 70: Venga a prendere il caffè da noi (1970) Sono stato io (1973) Le farò da padre (1974) Lattuada unisce la leggerezza dei toni propri della commedia a una visione più amara della realtà sociale sottolineandone polemicamente i mali (arrivismo, successo, avidità). Negli anni 80 ha realizzato alcuni sceneggiati per la televisione tra i quali ricordiamo Cristoforo Colombo andato in onda sulla Rai nel 1985.



MASSIMO DELLA CAMPA

Massimo della Campa, presidente della storica Società Umanitaria, era uno dei tanti illustri milanesi d'adozione. Nato, quasi «per combinazione» disse lui una volta «'mmiezo 'o Vommero», a Napoli, aveva qui frequentato il corso allievi ufficiali nel 1942.
L'anno dopo, nel 1943, entrò in contatto con la massoneria, per la quale ricoprì, nel corso dei decenni successivi, le più alte cariche (fu Gran Maestro), creando contatti con le massonerie svizzera, inglese e statunitense. In molteplici dibattiti e scritti cercò di dimostrare che la massoneria italiana non è mai stata «un anti-Stato», come anche sostenne nel suo forse più importante libro «La massoneria italiana» (1998), scritto con Giorgio Galli.
Venne a Milano nel 1950, dove lavorò come avvocato.
Nell'ambito forense ricoprì importanti incarichi in organizzazioni italiane e internazionali. Già membro dell'Union Internazionale des Avocats, dal 1978 al 1984, è stato poi delegato, per il nostro Paese, del CCBE, organo di consultazione delle avvocature europee.
Negli anni Settanta divenne consigliere della Società Umanitaria, della quale divenne presidente nel 1986.
La Società Umanitaria, fondazione benefica milanese attiva in ambito sociale e culturale, venne fondata nel 1893 grazie al lascito di un mecenate mantovano, di nome Prospero Moisé Loria, che le assegnò molteplici beni finanziari. Lo scopo dell'istituzione, riconosciuta come ente morale senza fini di lucro, risiede nel suo statuto, ancora oggi praticamente identico a quello originario: «Mettere i diseredati, senza distinzione, in condizione di rilevarsi da se medesimi, e di operare per l'elevazione professionale, intellettuale e morale dei lavoratori».
Attraverso l’Umanitaria vennero realizzate numerose strutture sociali, come le Case del Lavoro, gli Uffici del lavoro con i laboratori d'arti e mestieri, la Scuola del Libro, il Teatro del popolo.
Della Campa ha retto l'Umanitaria con forte impegno, rinnovandone le finalità statutarie e aggiornandone i contenuti di programma, nel segno della crescita civile, della dialettica culturale e della solidarietà.
A lui si deve il radicamento dell'Umanitaria in Sardegna (con i Centri Servizi Culturali di Cagliari, Alghero e Carbonia-Iglesias) e a Napoli, attraverso la Fondazione Humaniter, istituita nel settembre del 1996.
Della Campa ha inoltre istituito l'Istituto di Studi e Iniziative Sociali (ISIS), una sorta di osservatorio permanente creato dalla Società Umanitaria affinché possa operare nell'ambito della ricerca, della documentazione, della progettazione e dell'attuazione di interventi sociali sul territorio, anche per conto di enti terzi.
Della Campa fu autore di molti testi, tra i quali «Diritti umani, individualismo e solidarietà» (1999), «Il modello Umanitaria» (2003) e «Dieci anni di Humaniter» (2004).
La sua scomparsa è una perdita destinata a lasciare il segno tra quanti fanno dell’assistenza ai più deboli un inderogabile perno di vita.
Sebbene partenopeo di nascita, aveva eletto Milano come sua città d’affezione.
E’ nella gestione dell’Umanitaria che Massimo della Campa riuscì a cogliere appieno quello spirito che ha fatto di Milano la capitale italiana dell’impegno verso i bisognosi.


ELDA SCARZELLA MAZZOCCHI
S'è spenta alla bell'età di cent'anni, Elda Scarzella Mazzocchi, fondatrice, nel 1945, a Milano, del Villaggio della Madre e del Fanciullo.
Rientrata alla fine della guerra nella metropoli dalla Sardegna, dove già si era dedicata alle giovani donne e ai loro bambini, «la signora Scarzella» volle creare nella sua città che stava risorgendo dalle macerie una struttura in grado di accogliere le madri nubili insieme coi loro bambini.
Il Villaggio venne dapprima ospitato nelle baracche di Palazzo Sormani per poi essere trasferito, a distanza di alcuni anni, nell'attuale sede al QT8, progettata dall'architetto Scarzella, suo figlio.
Da quel lontano 1945, quando le prime ospiti furono giovani madri reduci dai campi di concentramento, migliaia furono le donne e i bambini che in questi sessant'anni hanno trovato accoglienza, cure e sostegno, nell'istituzione da lei creata e personalmente diretta finché ha avuto la forza di farlo.
Una lunga storia di solidarietà e d'umanità da lei stessa raccontata nell'autobiografia Percorso d'amore, edito da Giunti, Firenze, nel 1998.
Elda Scarzella s'è spenta, come in una favola, alla vigilia della festa della mamma, una ricorrenza che aveva sempre vissuto in modo speciale al Villaggio con le sue mamme e suoi bambini.
E al Villaggio quei funerali si sono svolti in forma privata, senza la solennità ufficiale alla presenza delle istituzioni cittadine: la Signora. che era, fuor da ogni retorica, un gran donna, preferì così.
Non ci stavano tutti nella piccola cappella del Villaggio della Madre e del Fanciullo, per l'ultimo saluto a Elda Mazzocchi Scarsella, che ha concluso a 100 anni il suo "percorso d'amore" come l'aveva chiamato lei stessa nell'autobiografia. Figli, nipoti e pronipoti, vecchie e recenti collaboratrici, volontari ed educatrici, tante "ragazze madri" oggi nonne dopo una vita magari da professioniste.
È stato molto più toccante ed appropriato che a ricordarla, con parole sincere e commosse, siano stati coloro che l'amavano, l'ammiravano e che hanno condiviso il suo percorso ed il suo progetto. Fu ben di più il suo villaggio di una casa di accoglienza per ragazze madri: fu un centro di elaborazione culturale, pedagogica e psicologica che seppe fare "scandalo" negli anni 50 nel combattere il ghetto degli istituti per dare dignità e autonomia a giovani donne disperate, rifiutate dalla società, fu centro propulsore in tutto il mondo di una nuova cultura dei diritti dell'infanzia, al punto che il suo modello è studiato in Europa e negli Stati Uniti».
Elda Scarzella Mazzocchi fu insignita della Civica Medaglia D'Oro dal Sindaco Greppi, che le concesse nel ‘45 i giardini di Palazzo Dugnani per dar vita al suo primo "Villaggio" e di cui lo stesso Greppi ebbe a dire "più intraprendente di tante donne e più determinata di tanti uomini”
Ricordarla nell’affetto e nel rispetto per il bene da lei compiuto, significa oggi, soprattutto per le istituzioni, rispondere affermativamente a un imperativo categorico: mantenere vivo il “suo” Villaggio.

GUIDO VERGANI
La scomparsa di Guido Vergani rappresenta un grave lutto per il giornalismo italiano.
Un uomo di profonda cultura e sensibilità, una persona così intimamente legata a Milano da identificarvisi totalmente, un testimone delle passioni, dei vizi, delle cattive abitudini e delle virtù della città.
Verrà ricordato così Guido Vergani: <<il Milanese>>, dal nome della rubrica che ha tenuto fino all'ultimo sul Corriere della Sera.
Il giornalista e scrittore è scomparso dopo l'ultima battaglia - tipico del suo stile è di non essersi mai arreso - per una malattia che lo aveva colpito da alcuni anni.
Figlio di Orio Vergani, il principe degli inviati del quotidiano di via Solferino e fratello di Leonardo anche lui grande giornalista e inviato del Corriere della Sera, Guido Vergani - secondo i racconti di chi lo conosceva - non ha mai ostentato le nobili origini.
Cortese, cordiale e disponibile con tutti i colleghi - dal direttore al fattorino - il suo eclettismo e la sua scrittura inimitabile gli hanno aperto quasi automaticamente le porte del giornalismo.
Iniziò la carriera al 'Tempo', settimanale del Gruppo Palazzo per il quale fece servizi internazionali e girò il mondo, per poi passare al 'Corriere d'Informazione'.
Poco prima che quest'ultimo chiudesse fece il passo che gli dette notorietà nazionale.
Andò a Repubblica, chiamato da Ezio Mauro e nella cronaca milanese i suoi racconti in punta di penna, gli affreschi sulla capitale morale e sulla Lombardia, le interviste a personaggi famosi piuttosto che a persone comuni, ma rappresentative delle abitudini e dei costumi meneghini, gli conquistarono i favori dei lettori.
Da inviato speciale divenne responsabile della redazione.
Poi dal maggio del 1997 l'arrivo, come chiudesse un ciclo naturale e inevitabile, al Corriere della Sera per volontà di Ferruccio De Bortoli.
Milanesissimo gli fu affidata, oltre al normale lavoro da editorialista, una rubrica: appunto <<Il Milanese>>.
Otto anni straordinari, valorizzò moltissimo la rubrica dei lettori: era un uomo battagliero pronto a scendere in campo per il Museo del '900 o quello del Design o su ogni tema di interesse civico e culturale. Aveva una sensibilità estrema e una conoscenza profonda ed estesa.
Come scrittore aveva esordito con «Mesina» (1968), proseguendo poi, tra gli altri titoli, con «ll delitto di piazzale Lotto» (1973), «Buco nell'anima. Guarire dalla malattia della droga» (2002). L'ultimo lavoro è la raccolta «Lettere 1942-1980» del 2004.
Guido Vergani era un uomo anche capace di scendere in campo per denunciare il degrado di Milano, strigliare l'amministrazione pubblica, rimproverare i milanesi quando lo riteneva necessario anche con un'ironia tagliente. Era un bohemien del giornalismo.


GIANNI COMENCINI

La passione per il cinema trova in Gianni Comencini un’espressione così piena e vitale da farne un sicuro protagonista della storia milanese del ‘900 nonché un punto di riferimento culturale anche e soprattutto per le generazioni di domani.
Gianni Comencini ha dedicato tutta la sua vita all’amore per il cinema.
Era presidente della Fondazione Cineteca italiana, di cui era stato padre fondatore nel 1947.
Nel 2002 aveva ricevuto la benemerenza civica per il suo prezioso contributo alla crescita culturale di Milano.
Fratello minore del regista Luigi, era nato a Salò nel 1921.
Si era trasferito nella nostra città e, a metà degli anni Trenta, aveva incominciato ad appassionarsi di cinema, contagiato dal fratello Luigi e dall’amico Alberto Lattuada.
La scelta di Gianni Comencini fu di farsi custode delle storie umane e della fantasia catturate e immortalate dalla pellicola.
Intellettuale aperto, personalità schiva e riservata, formò con l’esuberante Walter Alberti una eclettica coppia cui la cultura milanese e italiana devono molto.
La Mostra del Cinema di Venezia ha scelto di depositare le copie dei propri film proprio nello “scrigno” di Comencini.
Nel 1949 diventò segretario della Cineteca e fino agli ultimi giorni della sua vita l’ ha rappresentata a livello internazionale.
E quando nel 1993 morì Alberti, promosse la trasformazione dell’archivio milanese in fondazione, di cui è stato il presidente. Ha contribuito alla nascita del Museo del cinema cittadino, oggi ospitato a Palazzo Dugnani.
E’ unico al mondo il prezioso bagaglio di pellicole, soprattutto del cinema muto, che Comencini ha voluto e saputo preservare e tramandare ai giovani appassionati di storia del cinema.
E di giovani cui trasmettere il suo entusiasmo e il suo sapere si circondò, soprattutto negli ultimi anni.
Seppe mantenere, nel tempo, l’indipendenza intellettuale della Cineteca, coinvolgendo studiosi e istituzioni come l’Università Cattolica, la Regione Lombardia, la Provincia e il Comune di Milano.
Il documentario che la Provincia di Milano ha voluto dedicargli per la serie Gente di Milano è diretta testimonianza di questo suo inarrestabile impegno.
In Gianni Comencini – Lunga vita al cinema, scritto e diretto da Paolo Lipari, emerge la figura di uno studioso di grande spessore intellettuale ma anche quella di un curioso, giovanilissimo spettatore, ancora pronto a lasciarsi conquistare dal fascino della stessa cabina di proiezione.
La testimonianza dello stesso Gianni Comencini rappresenta un preziosissimo contributo nella definizione di un ritratto non solo personale.


RENATA TEBALDI
Dotata di una bellezza vocale proropente, limpida e purissima, Renata Ersilia Clotilde Tebaldi è rimasta ineguagliata per splendore vocale, dolcezza della linea espressiva e del porgere, nonché per l'adamantina intonazione.
Fu una delle più affascinanti voci di soprano degli ultimi cento anni, protagonista della stagione d'oro di rinascita del bel canto nel secondo dopoguerra.
Nacque a Pesaro il giorno 1 febbraio 1922, colpita dalla poliomielite all'età di tre anni, dopo anni di cure si rimetterà completamente. La malattia non lasciò traccia sotto il profilo fisico, ma anzi, contribuisce a fortificare il suo carattere.
Dapprima studiò da soprano con i maestri Brancucci e Campogalliani al conservatorio di Parma e poi con Carmen Melis al Liceo Rossini di Pesaro. Nel 1944 debutta a Rovigo nel ruolo di Elena nel Mefistofele di Arrigo Boito.
Nel 1946, terminata la guerra, partecipò al concerto di riapertura della Scala sotto la direzione del maestro Arturo Toscanini, il quale nell'occasione la definì "Voce d'angelo", un appellativo che la seguirà per tutto il resto della carriera. Pochi sanno però che il primo concerto di Renata Tebaldi, tenutosi ad Urbino, venne diretto nientemeno che da Riccardo Zandonai, che come Toscanini rimase letteralmente inebriato dalla voce della ragazza.
Nel 1948 esordì all'Opera di Roma e all'Arena di Verona e da quell'anno fino al 1955 si è esibì ripetutamente alla Scala, spaziando in un repertorio vastissimo attinto nel genere lirico-drammatico, nelle opere principali del suo repertorio (tra le altre, Faust, Aida, Traviata, Tosca, Adriana Lecouvreur, Wally, La forza del destino, Otello, Falstaff e Andrea Chénier).
Dal 1951 cantò ogni anno al Metropolitan di New York, di cui fu membro stabile dal 1954 al 1972. Sempre in quegli anni, Renata Tebaldi si esibì anche a Parigi, Buenos Aires, Rio de Janeiro, Barcellona, Chicago, S. Francisco e Los Angeles.
La sua carriera è stata percorsa dal costante confronto-scontro con la voce di Maria Callas, tanto che le fu affibiato l'appellativo di anti-Callas.
Nel 1958 esordì alla Staatsoper di Vienna e nella stagione 1975-76 compì numerose tournées nell'Unione Sovietica.
Nel 1976 lasciò definitivamente il palcoscenico, dopo una serata di beneficenza alla Scala per i terremotati del Friuli.
Nella sua carriera Renata Tebaldi ha collaborato con oltre 70 direttori d'orchestra
Tra i più noti, figurano autentici giganti della musica come De Sabata, Giulini, Toscanini, Solti, Karajan.
Come ha scritto il musicologo Rodolfo Celletti: "...la Tebaldi è stata la cantante che ha trasferito nella seconda metà del Novecento un modo di eseguire il repertorio lirico maturato nel cinquantennio precedente. Anche in certi vezzi (l'abbandono che porta a rallentare i tempi, l'indugio voluttuoso su note di dolcezza paradisiaca), costei è parsa, fra i soprani odierni, lo specchio di una tradizione che si è probabilmente esaurita con lei.
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GIANCARLO VIGORELLI

Il Centro Nazionale di Studi Manzoniani di Milano deve moltissimo al suo presidente Giancarlo Vigorelli, figura insigne di storico, scrittore, critico letterario e giornalista.
Nato a Milano il 21 giugno 1913, Giancarlo Vigorelli iniziò la carriera come giornalista, occupandosi fin dall'inizio di letteratura, in particolare francese e italiana, collaborando alle più importanti riviste degli anni '30.
Fu esponente di spicco della Resistenza e partecipò all’insurrezione di Milano contro la tirannide nazifascista.
Dopo la seconda guerra mondiale si dedicò soprattutto al giornalismo, senza tuttavia mai abbandonare l'attività saggistica.
Vigorelli è stato tra i fondatori del <<Corriere Lombardo>>; diresse poi il settimanale <<Oggi>> e nel 1960 fondò la rivista <<Europa Letteraria>>.
Nel 1958 divenne segretario generale della Comunità europea degli scrittori, incarico che mantenne per un decennio.
Quindi assunse la presidenza del Centro nazionale di studi manzoniani.
E proprio all'autore dei 'Promessi Sposi' Giancarlo Vigorelli ha dedicato sempre una grande attenzione e un grande affetto, come dimostra tutta la sua opera per Casa Manzoni a Milano.
Il Comune di Milano nel 1974 ebbe l’onore di conferirgli la Medaglia d’oro per la sua attività di critico, saggista e giornalista.
Uno degli ultimi e più recenti impegni del suo mandato di presidente è stato il varo della monumentale edizione nazionale delle opere manzoniane.
Proprio al grande scrittore lombardo ottocentesco, Vigorelli ha dedicato decine di articoli ed anche un'opera in tre volumi dal titolo <<Manzoni pro o contro>>, pubblicati tra il 1975 e il 1976 dall'Istituto di propaganda libraria.
Tra i primi libri pubblicati da Vigorelli figura un volume dedicato alla cronaca politica dal titolo <<Giovanni Gronchi, battaglie di ieri e di oggi>> (1956), a cui ne seguirono altri sempre su temi diattualità come <<Domande e risposte per la nuova Cina>> (1958) e <<Diario europeo>> (1977).
Nel 1963 presso la casa editrice Il Saggiatore pubblicò 'Il Gesuita proibito', una biografia di Teilhard de Chardain.
<<Carte d'identità>> pubblicato da Camunia nel 1989 e <<Il Peccato del romanzo>>, edito da Valdonega nel 2003, sono i volumi più recenti di Vigorelli che nella sua lunga carriera di intellettuale e giornalista è stato anche apprezzato e stimato critico d'arte.



GINO BRAMIERI

Gino Bramieri, l`indimenticato milanese doc, che si è nutrito di teatro fin da quando era solo un ragazzo.
Il Barzellettiere d’Italia che, ha lavorato anche nel cinema con i grandi nomi dell`avanspettacolo e del teatro brillante italiano.
Suo padre, un falegname con laboratorio artigianale in corso Garibaldi, non riusciva a interessarlo né agli studi né al proprio lavoro.
Fu bravo invece a farlo assumere come fattorino, grazie a conoscenze, alla sede centrale della Banca Commerciale Italiana.
Sono gli inizi, è il difficilissimo 1943, e Gino ha solo quindici anni ma una gran passione per il teatro, anzi per le barzellette che sa raccontare come nessun altro.
Giovanissimo, appunto, aveva appena cominciato a lavorare alla Banca Commerciale in Piazza della Scala, ma già sognava di calcare le scene e, appena poteva, entrava nel glorioso Teatro Fossati a gustarsi le operette.
Il suo debutto fu al Teatro Augusteo, sempre a Milano, in <<Cretinopoli>>.
Aveva sedici anni.
Ma il primo vero spettacolo con pubblico pagante fu all`Anteo.
In banca, Bramieri restò appena otto mesi: il tempo di rivelare il suo umorismo bonario, schiettamente popolano, quasi da Ferravilla.
Così, dopo i primi successi nell’avanspettacolo, lo scopre Macario, poi Walter Chiari, Billi e Riva, la Mondaini e Vianello.
Negli anni della maturità fa compagnia con Lina Volonghi e in televisione conduce con Marisa del Frate una rivista che diverrà famosa: <<L’amico del giaguaro>>.
Bramieri amava dire che conosceva settemila barzellette. Forse era vero.
Fondò in quegli anni, sono i favolosi ’60, il gruppo cabarettista <<La premiata ditta>>.
Da quel sodalizio durato ben venticinque anni con la coppia più celebre del varietà italiano sono nati numerosi spettacoli di successo in teatro come in televisione: per tutti il <<G.B. Show>> e il musical <<Pardon, monsieur Molière>>.
In televisione con la rivista <<Tintarella>>, <<L`amico del giaguaro>>, <<Leggerissimo>>,<< Il signore ha suonato?>> e con la trasmissione radiofonica <<Batto quattro>>.
Dopo diversi anni ci furono quattro edizioni di Gran varietà, il ritorno sullo schermo con gli spettacoli <<E noi qui>> , <<Hai visto mai>> e, con il varietà <<Punto e basta>>. Per la tv oltre a condurre su RaiUno il fortunatissimo <<G.B. Show>> guidò per Canale 5 lo spettacolo di San Silvestro <<Risate di Capodanno>> .
L`impegno per la sitcom <<Nonno Felice>>.
Nel programma <<La Sai l`ultima?>> si divertì a raccontare le sue ultime barzellette.
Se ne andò nel 1996, dopo aver calcato le scene per più di mezzo secolo e aver donato il buon umore a una nazione intera.



GIORGIO COVI

La nostra comunità, con Giorgio Covi, può lamentare una grande perdita, sia in termini umani che in termini di riferimento culturale e politico.
Un nostro concittadino insigne, figura emerita che ha partecipato attivamente e a vario titolo alla vasta e illustre cerchia dei milanesi d’adozione che fecero grande questa città.
Giorgio Covi era una persona molto apprezzata, per la sua disponibilità e per la fermezza dei suoi principi.
Senatore, repubblicano storico, laico, mazziniano, brillante avvocato, da qualche anno Presidente della Fondazione Poldi Pezzoli.
Divenuto Senatore, rimase in carica per tre legislature, ma non scordò mai le sue radici cremonesi e i suoi affetti a Soncino e a Gallignano.
E, pur in maniera riservata, non mancò di assicurare il proprio appoggio alle diverse iniziative che animavano gli enti locali del territorio d’origine.
Il Senatore avvocato Giorgio Covi fu Presidente della Fondazione Artistica Poldi Pezzoli dal 23 settembre 2003, carica che ricoprì dopo quella di Consigliere che gli fu conferita 1990.
Rimangono scolpite nella memoria di chi partecipò le parole che il Senatore pronunciò durante la cerimonia in cui gli veniva conferita la Presidenza dell’importante museo.
<<Ho accettato nella consapevolezza che l'incarico esigerà un impegno non piccolo per concorrere con il Consiglio d'Amministrazione a tenere alto il prestigio del Museo nello svolgimento quotidiano dei suoi compiti istituzionali: studio, ricerca, conservazione e restauro delle opere, didattica e educazione permanente e nel proseguire in quell'opera intensa, già realizzata fino ad ora, volta a diffondere la cultura artistica e l'amore per le opere d'arte>>.
<<Desidero testimoniare – proseguiva Covi - che tale impegno sarà, nei limiti delle mie capacità e delle mie forze, quanto più ampio possibile affinché si divulghi quel sentimento di orgogliosa soddisfazione perchè Milano è dotata di questo gioiello fonte di godimento per tutti noi, nato dalla felice e generosa intuizione, di oltre un secolo fa, di un illustre concittadino Gian Giacomo Poldi Pezzoli, e cresciuto attraverso le attente cure con le quali finora e' stato conservato>>.
Il Senatore, avvocato Giorgio Covi ricoprì anche la carica di Consigliere Comunale di Milano nel 1980.
Fu eletto Senatore nel Collegio di Milano per la prima volta nel 1983.
Attualmente ricopriva, da circa un decennio, la carica di Giudice Costituzionale Aggregato, eletto dalle Camere in seduta comune nel gennaio 1996.


<<Sono fermamente convinto>> - continua il Presidente Giudice - <<che il Consiglio comunale, rappresentando idealmente tutti i milanesi, abbia il dovere di ricercare e custodire la memoria, che non è mai un meccanismo spontaneo o automatico, ma richiede un impegno collettivo sincero e costante.
È questo, appunto, il significato della ricorrenza che noi oggi celebriamo: attraverso l’Amministrazione comunale, rappresentata dal Sindaco e dalla Presidenza del Consiglio, l’intera città di Milano onora i suoi figli migliori.
E lo fa con un segno tangibile del ricordo, che si colloca al di fuori del tempo: in un’era indelebile che sfuma nell’eternità del nostro amato Pantheon dove, in ossequio a una vocazione prima illuminista e poi risorgimentale, i nomi di questi 11 benemeriti iscritti nel marmo vincono il silenzio della morte>>.