Sui detenuti morti durante le rivolte

Milano (Verità - Maurizio Tortorella), 12 luglio 2020

Di loro non si sa nulla

Dalle rivolte carcerarie di marzo 2020 sono trascorsi quattro mesi esatti, ma di quel che è accaduto in quei giorni di violenze e distruzione ancora non si sa praticamente nulla. In quattro mesi, nessun quotidiano ha mai chiesto ragione nemmeno dei morti tra i detenuti.
Eppure sono stati tanti: 13, forse 14.
Da quattro mesi, la maggioranza di governo tace; per protestare contro la morte di George Floyd, il nero di Minneapolis soffocato dal poliziotto che lo stava arrestando, Laura Boldrini s'è addirittura inginocchiata in parlamento, ma sulla strage dei detenuti italiani l'ex presidente della Camera e la Sinistra di cui è parte fanno finta di nulla. Il Partito democratico di Nicola Zingaretti ha già archiviato la pratica, nemmeno si fosse trattato di 13 o 14 mosche. Sulla strage, che pure non ha precedenti nella storia repubblicana, in parlamento nessuno ha chiesto chiarezza se non il deputato della Lega, Roberto Turri con un'interrogazione rimasta senza risposta da parte del ministero della Giustizia.
Lo stesso ministro grillino, Alfonso Bonafede si è limitato a riferire in Senato, l'11 marzo 2020 che "dai primi rilievi i morti sembrano per lo più riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie nei disordini".
La sola espressione usata dal guardasigilli, "per lo più", ha espresso perfettamente il suo interesse per la materia, da allora, sulla strage è caduto un silenzio vergognoso, se la morte di 13-14 detenuti è uno scandalo, il silenzio che lo sta coprendo è però uno scandalo anche peggiore. Provate solo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se, sotto un governo di Centrodestra, si fosse scatenata una rivolta carceraria capace di provocare 13 o 14 morti tra i detenuti, con danni per 30-40 milioni di euro. Riuscite a immaginarlo? I giornali sarebbero partiti all'attacco, giustamente, pretendendo chiarezza; le piazze si sarebbero riempite dell'indignazione democratica e il ministro della Giustizia sarebbe stato travolto dalle polemiche e costretto alle dimissioni. La rivolta di marzo 2020, del resto, è stata innescata proprio dalle decisioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, alle strette dipendenze del ministero della Giustizia.
Di fronte alla rapida espansione del Covid-19 il Dap si era mostrato incapace d'individuare contromisure razionali e aveva sospeso di colpo i permessi premio e il lavoro esterno dei detenuti, impedendo anche gli incontri con i familiari. A peggiorare le cose, le 189 prigioni italiane in quel momento scoppiavano: il 29 febbraio 2020 i reclusi erano 61.230: 10.000 in più rispetto alla "capienza regolamentare", e 16.000 in più rispetto a quella effettiva.
Nelle celle sovraffollate, la paura era stata decisamente rinfocolata dalle decisioni del Dap, all'epoca guidato da Francesco Basentini, il magistrato che due mesi più tardi Bonafede avrebbe indotto alle dimissioni per un altro scandalo, quello delle scarcerazioni di centinaia tra detenuti pericolosi e boss mafiosi; a marzo 2020 nelle prigioni mancavano mascherine, disinfettanti, tamponi, i detenuti si sentivano abbandonati, esposti al contagio e separati dalle famiglie.
Da qui sono partite le proteste in 49 Istituti di pena: prima in sordina; poi, dal 7 marzo 2020 con violenza, i disordini peggiori si sono verificati a Modena, dove tra l'8 e il 9 marzo 2020 i morti sono stati cinque, tutti tunisini; il carcere, in quei giorni, è stato devastato e reso inagibile.
Antigone, un'associazione di volontari che da anni tutela i detenuti, denuncia che altri quattro carcerati (un italiano che avrebbe dovuto essere liberato in agosto, un moldavo e due marocchini) sarebbero morti nei trasferimenti verso altre prigioni.
La procura di Modena ha avviato un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo, Giuseppe Di Giorgio, il procuratore aggiunto, ha dichiarato che i primi cinque decessi sono da attribuire a un'overdose di metadone e di psico-farmaci, saccheggiati nell'infermeria del carcere e che "non emergono segni di violenza di alcun tipo". Sui quattro morti nei trasferimenti le autopsie sono ancora in corso, tanto che un funerale si è svolto pochi giorni fa, in provincia di Varese; altri tre detenuti sono morti nel carcere di Terni e uno in quello di Bologna; cronache di quattro mesi fa riferivano di un quattordicesimo morto, ma senza individuarne la prigione.
Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma annuncia che seguirà le indagini "attraverso la nomina di un difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici": ha scelto Cristina Cattaneo, anatomo-patologa di grido: è l'unico, in questo silenzio vergognoso.