Pugilato in carcere a Bollate e San Vittore

Milano (Giorno - Roberta Rampini), 27 maggio 2021

Un libro sul progetto 'Pugni chiusi'

L'esperienza rieducativa dello sport raccontata in "Per essere chiari" da un ex detenuto diventato volontario; diventa (anche) un libro, il progetto 'Pugni chiusi', avviato nel carcere di Bollate nel 2016. Dopo la realizzazione del docu-film e la mostra fotografica, il progetto per insegnare pugilato ai detenuti è diventato la trama del saggio "Per essere chiari", di Antiniska Pozzi (editore Milieu - collana Banditi senza tempo).
"Non è il pugilato in sé - come disciplina - che ti salva, è il tuo percorso di uomo nella boxe, perché per mezzo di quella fatica puoi riuscire a dominare i demoni", spiega l'autore.
Ideatore e anima del progetto è Mirko Chiari, volontario in carcere, che ha coinvolto i detenuti in un corso di pugilato e che è più un percorso, accomuna chi viene da fuori e chi vive dentro, e dentro a 19 anni è stato anche Mirko: un paio di giorni a San Vittore, per un motorino rubato ed è lì che il narco-trafficante Pino gli ha spiegato che "tutti abbiamo un tempo e se siamo abbastanza fortunati possiamo deciderne cosa farne, la scelta non è sempre serena, perché dobbiamo condividerla con la bestia che ci abita. Quello che puoi fare è capire come tenere a bada la tua, e se c'è un altro modo per nutrirla rispetto a quello che hai trovato fino a oggi, un modo che non ti porti al gabbio".
Anche per questo Mirko decide: chiude con i furti, inizia a lavorare, entra in palestra, affronta 104 incontri, incontra maestri veri e non, compagni di allenamento che diventano amici.
"Ogni incontro, ogni allenamento, ha scavato fiumi carsici, ha eroso cime - si legge nel romanzo - smussato angoli, creato spazi che non c'erano e cancellato zone che non avevano più senso di esistere". Fino a quando, un giorno "ho capito che non era più il pugilato al mio servizio, ero io che sentivo di dover essere al servizio del pugilato".
Nel 2016 torna in carcere, a Bollate, come volontario: qui inizia il suo progetto e la box diventa in pochi mesi un modo per "combattere senza rifiutarsi di fuggire il dolore che non è naturale: ne consegue una dimensione di rispetto, nei confronti di se stessi prima che in quelli degli altri intorno".
La grinta e la forza dei detenuti-pugili del carcere lo scorso anno erano stati immortalati anche dalla macchina fotografica di Federico Guida, scatti che avevamo incantano la giuria della 14esima Edizione del 'Premio Canon' e ottenuto una menzione speciale per la fotografia sportiva.
Prima ancora era stato realizzato un documentario per la regia di Alessandro Migliore e, grazie al sostegno di 93 donatori, attraverso la piattaforma di crowd-funding Produzioni Dal Basso e alla co-produzione di Infinity.
"L'insegnamento lo faccio in gruppo, ma il percorso ognuno lo fa con sé stesso", racconta Mirko che nel frattempo ha portato il progetto nel carcere San Vittore; da mesi, però, "il percorso è sospeso causa 'Covid-19', senza possibilità, per ora, di riprendere, ma speriamo che con il ritorno alla normalità ci si possa tornare ad allenarsi".
Intanto lui non è restato con i guantoni in mano, ma ha fatto partire un nuovo progetto con la fondazione Exodus, tutto sempre gratis: "Non so quantificare quanto lo sport mi abbia dato - afferma Mirko - io rendo quello che posso, quello che ho lo dono".

Aggiornato il: 27/05/2021