Per tutti c'è una seconda possibilità

Milano (Corriere della Sera - Elisabetta Rosaspina), 5 dicembre 2020

Secondo la direttrice di Bollate, Cosima Buccoliero

Avrebbe potuto fare l'avvocato, magari penalista, per riscattare gli innocenti o risparmiare un po' di galera ai colpevoli, oppure il medico legale, per restituire verità e giustizia alle vittime, invece ha scelto la strada meno glorificata dal cinema e dalla letteratura: dirigere una prigione e, possibilmente, ricondurre i condannati sulla retta via, era quella la sua vocazione, ma Cosima Buccoliero non lo sapeva ancora quando si è iscritta alla facoltà di Legge: "Conosco i detenuti come una preside i propri alunni - racconta Cosima Buccoliero - a Bologna avevo seguito qualche seminario di diritto penitenziario in facoltà - racconta - e avevo visitato soltanto una volta il carcere, però quando ho visto il bando di concorso per dirigenti penitenziari ho deciso di partecipare".

Ventitré anni dopo il primo incarico a Cagliari nella vecchia Casa circondariale di Buoncammino e dopo 16 anni al vertice della Casa di reclusione di Bollate, con i suoi 1.300 inquilini, e ora sta per assumere la vice-direzione di quella di Opera, la più grande Casa di reclusione italiana, mantenendo anche la guida dell'Istituto penale minorile di Milano, con i suoi 35 reclusi, il 7 dicembre 2020 ha ricevuto l'Ambrogino d'oro (la Medaglia di benemerenza civica del Comune di Milano, cui è stata candidata da una sessantina di volontari e operatori sociali), citando il lungo elenco delle conquiste ottenute tra le sbarre: l'asilo aziendale aperto ai figli degli agenti e delle detenute, ma anche ai bimbi della zona; il ristorante 'InGalera' (nato da un'idea di Silvia Polleri); la Cisco Networking Academy (sostenuta da Unicredit), per preparare informatici; le attività miste (liberi e reclusi) nei laboratori di falegnameria, sartoria e giardinaggio; delle sue origini pugliesi, la Buccoliero conserva una garbata traccia nella voce che non tradisce però rimpianti per altre vite possibili: "Nessun altro lavoro - afferma -mi avrebbe dato la possibilità di incontrare tanta umanità".

A che ora inizia una sua giornata tipo?
"Alle 7.30 entro in carcere per non uscirne quasi mai prima delle 17.30: sono giornate piene, bisogna avere occhi dappertutto per capire o meglio ancora prevenire problemi di convivenza nei reparti, malesseri, frizioni, prima che degenerino; mi vanto spesso di conoscere tutti, come una preside i propri alunni, ma con la pandemia è diventato molto più difficile seguire i nuovi arrivati".

Perché?
"Prima di tutto perché è necessario disporne l'isolamento fino all'esito del tampone: abbiamo avuto sei casi positivi durante la prima ondata e una decina dopo l'estate - quasi tutti asintomatici - abbiamo dovuto chiudere le porte, limitare gli ingressi dei familiari e dei volontari, fermando purtroppo anche molte delle attività estemporanee, il ristorante è stato chiuso tutto novembre, la sartoria lavora soltanto su ordinazioni, mentre il call-center è rimasto aperto, la scuola funziona un po' in presenza e un po' a distanza; al Beccaria, invece, nove ragazzi frequentano le lezioni e gli altri lavorano alla manutenzione dei quadri elettrici o al laboratorio di panificazione 'Buoni Dentro', però niente sport, salvo quelli individuali".

Che cosa dice a chi entra in carcere, magari per la prima volta?
"Mi accerto che stia bene, che possa ricevere indumenti di ricambio e telefonare alla famiglia, spesso sono persone frastornate, ma già il fatto che qualcuno vada a chiedere loro se hanno bisogno di qualcosa ha un effetto calmante".

Il Coronavirus ha insegnato che cosa significhi essere privati della libertà: ce ne ricorderemo?
"All'inizio, durante il primo lockdown, lo pensavo, invece durante l'estate mi sembra che ce ne siamo dimenticati in fretta, non è così per chi ha conosciuto il carcere vero: i segni non si cancellano, il primo periodo è il più traumatico, in prigione ci sono persone che conducevano una vita normale prima di commettere qualche grosso errore, il nostro lavoro è far capire a tutti che esiste una prospettiva dopo la pena".

E agli ergastolani che prospettiva può offrire?
"Con loro, una quarantina, non si può pensare all'uscita, ma a un percorso a tappe: l'iscrizione all'università, la laurea, qualche permesso premio, gli incontri con i docenti, la possibilità di seguire una lezione all'esterno, insomma, una serie di obiettivi raggiungibili".

Come si può cambiare, invece, la testa dei violenti contro le donne?
"Si lavora sulla loro mentalità, non si può pensare: rinchiudiamoli, buttiamo la chiave e non pensiamoci più, abbiamo avviato vari progetti per stimolare riflessioni in termini di giustizia riparativa, focalizzandosi sulle vittime".

Come funziona?
"L'approccio è multi-disciplinare: psicologico e con attività di gruppo, un po' come nei gruppi di auto-aiuto, con il professor Paolo Giulini del 'Centro di mediazione penale', abbiamo un progetto biennale cui partecipano circa 40 detenuti per reati che riguardano crimini sessuali provenienti anche da altri Istituti penitenziari; l'inserimento è volontario e alcuni non ce la fanno, si lavora sulla consapevolezza".

La sua più grande vittoria?
"Ogni volta che incontro un ex recluso che mi riconosce e mi saluta: in autobus uno di loro mi ha abbracciato sotto gli occhi stupiti di mio figlio".

Che cosa hanno capito i suoi figli del suo lavoro?
"Giacomo ha 13 anni e Chiara 10 hanno capito quanto è importante superare i pregiudizi, che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi, o bianco o nero, ma che esiste il grigio, e che il bianco può diventare nero e viceversa".

Aggiornato il: 02/02/2021