Opera, la maturità classica di un ergastolano

Milano (Corriere della Sera - Enrico Girardi), 22 luglio 2019

Si è diplomato con 75/100 e ora punta a laurearsi

La professoressa Gabriella Papagna racconta la storia di riscatto del suo studente "oltre il vetro antiproiettile". Da vent'anni recluso nel carcere milanese di Opera, in isolamento, può vederla solo una volta all'anno, ma ha studiato Cicerone e Senofonte, si è diplomato con 75/100 e ora punta alla laurea in Lettere antiche.
Nella memorabile Novella degli scacchi, l'ultimo racconto che Stefan Zweig scrisse prima di suicidarsi nel 1942, il protagonista 'dottor B.' spiega all'io narrante come lo studio matto e disperatissimo degli scacchi - che lo porterà a fare patta l'indomani nel match contro il campione del mondo Mirko Czetonvi - gli avesse permesso di sopravvivere alle condizioni di totale isolamento alle quali l'aveva ridotto il regime nazista. Senza gli scacchi, che avevano tenuta desta la sua mente in folli simulazioni di partite giocate contro se stesso, avrebbe certamente perso il lume della ragione e, con essa, ogni speranza.
Un solo familiare La storia che si racconta qui non c'entra con gli scacchi ma ricorda eccome quella del 'dottor B'. Franco Rossi (nome d'invenzione): un ultra quarantenne del Sud Italia che è stato condannato all'ergastolo circa vent'anni fa ed è tuttora detenuto nel carcere di Opera, appena fuori Milano, in regime di massima sicurezza. Può vedere un solo parente una volta al mese, non può nemmeno parlare, se non per iscritto, con il proprio avvocato, né ha contatti con altri esseri umani che non siano gli assistenti sociali. E sono stati proprio questi ultimi a segnalare alla direzione del penitenziario come l'unico desiderio del detenuto - un tipo dal fisico prestante ma dai tratti pacati e rispettosi - fosse quello di studiare con lo scopo di prendere non un diploma qualsiasi ma la maturità classica.
Come noto, l'impossibile a volte è più probabile del difficile. Nobile, infatti, l'intenzione del condannato, ma il suo duro regime di carcere non gli permetteva né di prendere lezioni, come è ormai prassi nei penitenziari dagli anni Duemila, né di procurarsi altri libri se non quelli ricevuti dagli assistenti sociali. Ma qui entra in gioco la professoressa Gabriella Papagna, docente di lettere al Liceo classico Berchet, che negli anni Novanta si era data un gran daffare come volontaria per orientare e seguire i carcerati normali nello studio. A lei si sono rivolti la direzione del carcere e gli assistenti sociali per redigere una sorta di piano d'azione, suggerendo per prima cosa che tipo di manuali di studio potessero fare al caso, più unico che singolare, di Franco Rossi. Ciò avveniva cinque anni fa. In questo lasso di tempo la professoressa Papagna ha incontrato il detenuto solo una volta l'anno, alla fine di ogni anno scolastico, per valutare se lo studente fosse meritevole di essere ammesso dalla quarta alla quinta ginnasio, dalla quinta alla prima liceo e così via, e infine di poter sostenere da privatista l'esame di diploma.
"Incontri penosi e difficili", racconta la professoressa: "Si sono sempre svolti in una stanza divisa da un vetro antiproiettile così spesso che si poteva comunicare solo attraverso un citofono, gli esami erano naturalmente monitorati dall'esterno e avevamo entrambi l'obbligo tassativo di evitare che la conversazione prendesse una piega anche solo minimamente personale". Prosegue: "Dopo cinque anni ignoro ancora, e forse è meglio così, di quali terribili reati Franco Rossi si sia reso colpevole, ma mi ha colpita fin dal primo anno la sua serietà: è un omaccione di poche parole, ma giuste, le parole di un uomo introverso e sensibile, certamente intelligente, capace di andare subito al sodo e determinatissimo, ha studiato tutte le materie in totale solitudine, mostrando, però, fin da subito una speciale attitudine per il latino e il greco, meglio le traduzioni da Cicerone e Senofonte che gli scritti d'italiano, a dire il vero".
L'ottima collaborazione tra il penitenziario e il Liceo ha infine reso possibile l'ultimo passo prima del traguardo. Una delle commissioni ministeriali che ha esaminato i maturandi di due sezioni dello storico liceo milanese (commissione di cui non ha fatto parte la tutor Papagna) è stata incaricata di recarsi a Opera per esaminare il candidato autodidatta e privatista per effettuare le prove scritte, Franco Rossi ha quindi sostenuto l'orale in due incontri - quasi si trattasse dei vecchi trivium e quadrivium -  il primo con i docenti di materie umanistiche, il secondo con quelli di discipline scientifiche. Non è stato facile fargli commentare i dipinti di storia dell'arte o i testi dell'uno o dell'altro poeta, tanto meno l'equazione di matematica, attraverso il vetro antiproiettile. ma non devono essere andate male le tappe del suo esame se la commissione ha ritenuto di concedere a Franco Rossi il diploma con il punteggio di 75/100.
Fine della storia? La professoressa Papagna non lascia neppure finire la domanda: "Neanche per sogno, il neo-diplomato ha già richiesto di studiare Lettere classiche all'università".