Mafia, al via l'operazione rientro in cella

Roma (Repubblica - Salvo Palazzolo), 13 maggio 2020

Una lista segreta del Dap con i nomi di venti boss 

Per effetto del decreto 'Bonafede', ieri pomeriggio il primo padrino è stato già trasferito dai domiciliari in una struttura sanitaria penitenziaria: è Antonino Sacco, capo mafia palermitano del clan di Brancaccio. E così, il primo boss è tornato in cella, sulla base del nuovo decreto voluto dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, sono stati revocati i domiciliari per motivi di salute a uno dei nomi di maggior rilievo nella lista dei 376 mafiosi. Quel giorno, il Guardasigilli annunciò un provvedimento per riportare in cella i padrini tornati a casa nelle settimane dell'emergenza 'Covid-19'.
Il decreto è stato pubblicato il 10 maggio 2020 e il nuovo vice capo del Dap, Roberto Tartaglia (l'ex pubblico ministero del processo 'Trattativa'), ha già predisposto una prima lista segreta con i nomi di una ventina di mafiosi a cui dovrebbero essere revocati i domiciliari per motivi di salute.
Il Dipartimento delle carceri ha trovato un posto in strutture sanitarie penitenziarie, infatti, il decreto prevede la rivalutazione dei domiciliari nel caso in cui sopraggiunga la disponibilità a ospitare il detenuto in un reparto ospedaliero protetto.
Così, in questi giorni, il Dap sta programmando quello che non era stato fatto prima, nel pieno dell'emergenza Coronavirus, ovvero un piano per l'assistenza dei detenuti più pericolosi nei centri medici carcerari: un posto lo sollecitava il giudice di sorveglianza di Sassari per Pasquale Zagaria, detenuto con problemi di salute al 41 bis, però, nelle scorse settimane il Dap diretto da Francesco Basentini aveva addirittura risposto in ritardo al magistrato, che si era visto costretto a concedere i domiciliari.
Ora, invece, è partito il piano di rientro dei mafiosi più pericolosi; top secret, sui tempi e sullla lista dei boss interessati al provvedimento; al Dap c'è grande riservatezza attorno all'operazione.
Di sicuro, nella lista dei 376 c'erano tre mafiosi al 41 bis (oltre Pasquale Zagaria, il palermitano Francesco Bonura e il calabrese Vincenzino Iannazzo), un detenuto proveniva, invece, dalla cosiddetta 'Alta sicurezza 1' (l'ergastolano siracusano Antonio Sudato), tutti gli altri erano reclusi nei reparti di 'Alta sicurezza 3': il circuito che ospita l'esercito di mafie e gang della droga: 9.000 persone in totale, tra loro, i colonnelli delle mafie italiane che, secondo le procure e le forze dell'ordine, hanno in mano gli affari e i segreti dei clan.
Tra questi c'era Antonino Sacco, erede dei fratelli Graviano, gli uomini delle stragi del 1992-1993, per i magistrati della direzione distrettuale Antimafia di Palermo (ha fatto parte del triumvirato che ha retto di recente il potente mandamento di Brancaccio), un nome che ha alzato il livello delle polemiche: "Dopo aver letto sul giornale che Sacco era tornato in libertà ho avuto paura - ci ha detto l'ex killer Pasquale Di Filippo, oggi collaboratore di giustizia - i boss di Palermo hanno di sicuro festeggiato per quelle scarcerazioni, so come ragionano, sono stato anch'io un mafioso, hanno festeggiato per la disorganizzazione dell'Antimafia".
La disorganizzazione del Dap nella gestione dell'ex capo, Francesco Basentini (si è dimesso nei giorni delle polemiche sulle scarcerazioni, ma il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede lo ha difeso anche ieri, nel corso dell'informativa urgente alla Camera sulla mancata nomina del magistrato Nino Di Matteo al Dap).
Ora, al ministero della Giustizia le attenzioni sono tutte concentrate sui mafiosi da far tornare in carcere. Uno dei casi più eclatanti resta quello dei tre killer ergastolani che da qualche giorno sono in Sicilia, tra Catania e Siracusa: si tratta di Carmelo Terranova, Antonio Sudato e Francesco La Rocca.
Tre esponenti di una mafia sanguinaria che negli anni Ottanta si riconosceva nei padrini palermitani Riina e Provenzano; finiti in carcere, gli eredi dei loro clan continuano a esercitare ricatti su commercianti e imprenditori, per imporre il pizzo.
Questi e altri scarcerati sono nomi carismatici del crimine organizzato, che spesso sono rimasti un punto di riferimento per i giovani boss.
Un altro nome simbolo è quello del capo mafia trapanese Vito D'Angelo, uno dei fedelissimi dell'entourage del super latitante Matteo Messina Denaro: non ha perso tempo una volta ritornato nella sua abitazione sull'isola di Favignana, ha incontrato alcuni suoi fedelissimi, e i Carabinieri lo hanno già riarrestato.