La sofferenza in carcere sta aumentando

Milano (pressenza - Andrea De Lotto), 29 gennaio 2021

Intervista al Garante dei diritti dei detenuti di Milano, Francesco Maisto

"Nella mia vita ho fatto giocare tanti bimbi, tanti: c'è un gioco di una facilità estrema e di un successo sicuro, credo peschi lontano tra i nostri gesti primordiali, prendete una bella corda forte, mettetevi in mezzo, gridate ai bimbi che la prendano da una parte e dall'altra e in un attimo daranno anima e corpo, suderanno e si faranno male alle mani pur di tirare la fune dalla loro parte".

Francesco Maisto dà l'impressione di aver speso tanto tempo a tirare la corda, una vita trascorsa come magistrato di Sorveglianza, si occupa di carceri da sempre, ora è in pensione, ma è Garante dei detenuti qui a Milano, gli chiedo che cosa si stia facendo in questo periodo per mettere in sicurezza i detenuti e chi lavora nel carcere.
"Pochissimo! La cosa da fare era soprattutto una: sfoltire, guadagnare spazio e distanza, si è fatto troppo poco, dal ministero di Giustizia una commissione pletorica, non ci sono quasi più parlamentari che entrano nelle carceri, che si spendono per questa vicenda, e con il 'Covid-19' il sovraffollamento delle carceri è diventato ancora più evidente e drammatico, credo che si dovrebbero alleggerire le carceri a livello nazionale di almeno 4/5mila unità, deve anche aumentare il cablaggio, in modo da avere migliori connessioni per i colloqui e la scuola, la rete Internet attualmente spesso non regge, non è solo questione di soldi da investire, c'entrano i troppi intralci burocratici per la realizzazione immediata di alcuni cambiamenti urgenti".

Le rivolte sono state pagate a prezzo altissimo, quali forme di pressione possono attuare i detenuti e i loro familiari?
"Le carceri italiane hanno visto moltissime forme di protesta civile, che devono poter continuare, sono uno sfogo utile e necessario, è stata bloccata, per esempio, la richiesta di un detenuto di iscriversi all'associazione 'Nessuno tocchi Caino' e questo non va bene, voleva unirsi allo sciopero della fame promosso da Rita Bernardini, al quale ho partecipato anch'io: una lotta per fare pressione rispetto alla criticità della situazione delle carceri italiane, se manca la trasparenza nelle carceri, questa danneggia tutti: i detenuti, la comunità penitenziaria e anche la popolazione civile, invece, sta tornando questa volontà di chiudersi a riccio, a tratti sembra di tornare alla pre-riforma del 1975 quando le carceri erano avulse dalla società, si rischia di tornare a 'girachiavi e camosci' (gergo carcerario con il quale si chiamano gli agenti e i detenuti), come vorrebbero alcuni sindacati di Polizia penitenziaria e alcuni partiti politici, ma non è possibile".

Come procede la richiesta che nelle carceri arrivino al più presto i vaccini?
"Noi garanti stiamo facendo tutte le pressioni possibili, abbiamo firmato appelli ai parlamentari, ai singoli ministri e al governo, abbiamo messo in evidenza i pericoli di contagio nelle carceri, per tutti coloro che vi entrano, se qualche pubblico ministero diceva che si era più sicuri in carcere che in piazza Duomo, bisogna sapere che il Coronavirus è arrivato anche all'interno del reparto 41 bis di Opera (anche oggi è scoppiato un focolaio a Rebibbia, ndr), molti gli appelli anche dal mondo del volontariato, mentre i membri del governo non mostrano alcuna intenzione di dare una minima priorità alle vaccinazioni dei detenuti e di chi lavora in carcere: attualmente i volontari nelle tre carceri milanesi sono più di mille, la maggior parte dei quali in questo momento è bloccata, qualcuno è riuscito a mantenere la propria attività, ma non è affatto facile, in questo momento gli arrestati sono soprattutto clochard, tossici e persone con problemi di salute mentale, quelli che non hanno nulla da perdere (apro una parentesi: San Vittore è quasi diventato un vecchio ospedale psichiatrico giudiziario!), spesso non hanno abiti adeguati, hanno freddo... la situazione è delicata, bisogna fare molta attenzione, se durante questa emergenza sanitaria vi è una situazione oscillatoria del contagio nella società esterna, questo avviene anche nel circuito penitenziario, per esempio, a Milano c'è un luogo di grande eccellenza come l'Icam, dove le mamme detenute vivono con i loro bambini in una struttura ben diversa da un carcere: attualmente è vuota e il Comune ipotizzava di chiuderla definitivamente, ma chi ci dice che passato questo periodo non si tornino ad avere mamme con bambini? E allora sarà bene avere questa struttura: rischiamo regressioni".

Torniamo al decreto-legge che avrebbe dovuto contribuire a ridurre l'affollamento...
"Sono previsti una quantità di motivi ostativi che ne limitano grandemente l'efficacia, la maggior parte delle persone che ne potrebbe beneficiare sono fragili, spesso senza casa, senza lavoro e senza assistenza sanitaria, non si può far finta di nulla: è vero che la Cassa ammende ha messo a disposizione dei fondi per affrontare queste situazioni, ma la Regione Lombardia ha voluto spendere quei soldi a favore della Polizia penitenziaria, è assurdo, quella ha altri canali per avere aiuti! Ma intanto si perde tempo e queste strutture hanno dei tempi troppo lunghi, il parlamento avrebbe dovuto mettere in atto delle misure quasi automatiche per sfoltire la popolazione carceraria di quei soggetti non pericolosi che possono tranquillamente espiare la pena in misure alternative, e questo non è stato fatto".

Le suggerisco un gioco: se lei fosse ministro della Giustizia proporrebbe subito una misura del genere?
"Io ho 74 anni, ero arrivato al massimo della mia carriera e ora sono un magistrato in pensione che fa il garante, in passato ministri che non erano particolarmente progressisti - nel momento in cui l'Italia, per la sentenza europea Torregiani, fu accusata di sovraffollamento - attuarono delle misure speciali che sfoltirono le carceri, un aumento delle riduzioni di pena per tutti coloro che avevano tenuto una condotta regolare, in quell'occasione tanti poterono uscire, altri videro una riduzione della pena, a maggior ragione oggi si dovrebbe fare un'azione di questo genere, anche a livello simbolico".

Si parla di Ristori e Ristori, ma per le carceri niente? La sofferenza sta solo aumentando, durante il primo lockdown, quando fummo costretti a restare in casa, qualcuno disse che forse avremmo capito di più le condizioni dei detenuti: le sembra che sia avvenuto?
"No, mi sembra, invece, che cresca una cattiveria punitiva, un egoismo non fondato, in Italia è ancora forte e diffusa la cultura del 'buttare le chiavi e farli marcire dentro', c'è però ancora molta voglia di lavorare, lo vedo dal mondo dei volontari, che restano attivi nel dare speranza, le risposte del mondo della politica sono spesso false e inadeguate".

In questo momento è più frustrato o più arrabbiato?
"Sono più arrabbiato.... anche se preferisco dire reattivo, la rabbia non mi appartiene".

Lei il carcere di San Vittore lo raderebbe al suolo?
"Per niente, bisogna conoscere e mantenere la memoria per sapere quanta sofferenza c'è stata là dentro, per i nazisti fu un parcheggio prima di mandare gli ebrei verso i campi di sterminio, è un monumento storico all'interno della città, dove ci sono ancora persone detenute che soffrono, perché hanno sbagliato o perché forse hanno sbagliato, potrebbe essere trasformato rispondendo in parte alle esigenze originarie, in parte a nuove funzioni sociali: San Vittore potrebbe diventare un luogo per semi-liberi e anche un museo, sarebbe davvero significativo che si ricordi come là dentro migliaia di persone hanno sofferto, a ragione o a torto, a me non va fatta questa domanda, ho speso tanto della mia vita lì dentro, da magistrato e alla fine anche da volontario, ho visto i morti bruciati, ho visto di tutto, mi hanno chiamato per convincere a scendere i detenuti che si erano rifugiati nelle bocche di lupo, sono riuscito a far buttar giù quelle finestre da cui non si vedeva fuori, ora sostituite da finestroni, a San Vittore c'erano delle celle sotterranee dette 'ai topi' e io le ho fatte chiudere, ogni giorno mi arrivavano i rapporti giudiziari di infortuni sul lavoro riguardo ai detenuti con le dita tagliate, non c'era la minima sicurezza, io non sono oggettivo su San Vittore, mi ritengo un riformista democratico, un riduzionista, non sono un abolizionista del carcere, ma sono sicuramente per la de-istituzionalizzazione".

La Costituzione italiana dice che la pena, in sostanza il carcere, deve avere una funzione riabilitativa e rieducativa: da 1 a 100 come classificherebbe il carcere in Italia?
"Direi 10 - molto poco - la maggior parte dei fondi viene investita in sorveglianza, struttura, vigilanza, architettura e non in misure alternative, Bollate resta la sola una struttura virtuosa, dove, però, la recidiva guarda caso è molto più bassa".

Aggiornato il: 01/02/2021