La sartoria di Opera produce mascherine

Milano (valoreresponsabile.startupitalia - Valeria Dalcore), 4 aprile 2020

Dispositivi di protezione per i detenuti e gli agenti penitenziari

Nell'etichetta "Cose belle fatte in carcere" c'è una storia di artigianato e di inserimento lavorativo di persone svantaggiate.
I sarti detenuti nel carcere di Opera hanno iniziato a produrre mascherine per la tutela di chi vive e lavora in carcere. Un lavoro di squadra, anche con gli agenti di polizia. Mascherine per agenti e detenuti, cucite con sapienza da altri detenuti. La sartoria sociale maschile del carcere di Opera si è messa al lavoro per aumentare la protezione di chi vive il carcere e chi vi presta servizio. Si chiama 'Borseggi' ed è una storia di artigianato nata più di 6 anni fa, già nota per l'etichetta "Cose belle fatte in carcere", un nome che gioca sul filo dell'ironia ma che anche e soprattutto un riscatto sociale che nel lavoro e nelle competenze trova il suo motore quotidiano. I detenuti sarti, che normalmente confezionano borse, abiti, cuscini e grembiuli hanno immediatamente riconvertito la produzione dando vita a centinaia di mascherine con tessuti di cotone pesante ed elastici, per gli oltre mille detenuti e con loro anche centinaia di agenti, lavoratori attivi e indispensabili per garantire la sicurezza delle carceri che devono tutelare se stessi e le loro famiglie.
Nonostante queste mascherine in stoffa non siano un dispositivo medico-sanitario sono utili come barriera per coprire le vie aeree, se si rispettano tutte le precauzioni dettate dagli esperti e soprattutto rappresentano un oggetto simbolico, frutto di un gesto di solidarietà e di speranza.
La sartoria 'Borseggi' che, si racconta anche su Facebook e Instagram, è nata da un'idea della cooperativa sociale 'Opera in fiore' che dal 2004 promuove l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate.progetto nato per aiutare i detenuti attraverso lavoro vero e retribuito a contratto, che occupa giovani tra i 26 e i 35 anni condannati a scontare lunghe pene.
"Sono giovani che scontando la loro pena mettono cuore e cervello nel lavoro e hanno capito che il momento critico richiedeva la loro collaborazione, si sono messi autonomamente all'opera, con il supporto prezioso degli agenti di Polizia penitenziaria, veri e propri lavoratori di trincea che partecipano e collaborano con grande spirito di dedizione, perché i sarti possano continuare a lavorare e gli arrivino i tessuti per continuare a confezionare mascherine", ci racconta Elisabetta Ponzone, socia della cooperativa.
Attività che racconta anche l'enorme stress a cui sono già normalmente sottoposti gli operatori degli Istituti penitenziari, che aumenta considerevolmente in queste settimane di isolamento: "I detenuti sono preoccupati per la loro salute, sono lontani dai loro affetti e non hanno contatti con le famiglie e lo sono altrettanto gli agenti". Per questo un gesto di cura come il confezionamento di una semplice mascherina può dare un segnale positivo anche tra celle e rigorosa quotidianità.

Aggiornato il: 17/06/2020