Il distanziamento è impossibile

Torino (La Stampa - Francesco Grignetti), 9 aprile 2020

Duello tra chi è favorevole ai domiciliari e chi è contrario

Si parla molto delle residenze per anziani dove il virus è dilagato e si piangono tanti morti, c'è però un'altra emergenza: le carceri. Come è facilmente comprensibile, il distanziamento sociale è impossibile in cella, tanto più che negli Istituti penitenziari c'è un notevole sovraffollamento.
Stando ai dati del 7 aprile 2020 i detenuti sono 56.238: almeno 9.000 più della capienza regolamentare, e se si volesse garantire un minimo di distanziamento occorrerebbe andare anche oltre.
Qualcosa si è fatto: dal 18 marzo al 7 aprile 2020 sono stati concesse 1.361 detenzioni domiciliari e sono state date 405 licenze a persone in semi-libertà. Considerando anche i minori ingressi per il calo dei reati, in un mese sono circa 4mila detenuti in meno nelle carceri, e altri dovrebbero seguire con i braccialetti elettronici.
Ma basterà a disinnescare una bomba biologica a tempo? Per fortuna le misure di prevenzione finora hanno funzionato. I freddi numeri dicono che su 37 detenuti positivi al 'Covid-19' ben 25 sono concentrati in quattro realtà; per gli altri 12 si tratta di una distribuzione puntiforme, di uno o due casi al massimo. Le quarantene, però, coinvolgono molte centinaia di detenuti, in quanto si procede per intere sezioni da 38 detenuti alla volta. Quanto al personale di Polizia penitenziaria, si contano ben 158 contagiati.
Su questa realtà si sta giocando una partita durissima: con la Lega di Matteo Salvini che da giorni spara a zero e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede che tiene a concedere il minimo indispensabile. Il Pd ha rotto gli indugi e con il suo responsabile Giustizia, Walter Verini chiede "più coraggio".
Anche Mauro Palma, il Garante nazionale per i diritti dei detenuti, ritiene necessari interventi più decisi "per dare una indicazione concreta di come sia possibile intervenire, può bastare il fatto che sono poco meno di 8mila le persone detenute con una pena o un residuo pena inferiore a un anno e circa 3.500 coloro che hanno da scontare da un anno a 18 mesi; anche limitando la platea dei possibili fruitori a quella stessa che il decreto ha individuato, e che certamente non è larga, occorre riuscire a rimuovere il più possibile gli ostacoli che non rendono agevole la concessione della detenzione domiciliare". C'è però un enorme problema: chi tra i detenuti stranieri non ha un domicilio e che quindi non sembra avere alternative alla cella. Dice ancora Palma: "Il tema chiama in causa i territori e la capacità di dare un alloggio a quelle persone che non ne dispongono". A questo proposito il Garante nazionale accoglie molto positivamente la delibera di finanziamento di 5 milioni di euro che la Cassa delle ammende ha adottato per interventi necessari per la presa in carico delle persone di elevata fragilità sociale e per favorirne l'inclusione".
Anche la magistratura si sta ponendo il problema. Il Procuratore generale della corte di Cassazione, Giovanni Salvi ha inviato una nota ai Procuratori generali presso le corti d'Appello, sollecitando il ruolo di tutte le procure nella riduzione della popolazione carceraria in questo periodo di emergenza sanitaria, richiamando il "rischio epidemico concreto e attuale con gli stringenti limiti alla circolazione previsti dalla normativa emergenziale, le ragioni di salute, la necessità di alleggerire la pressione delle presenze non necessarie in carcere, le esigenze e le regole di distanziamento sociale e le esigenze di prevenzione dal rischio di contagio di persone in detenzione".
In questo dibattito si registra un'inedita spaccatura all'interno della Polizia penitenziaria: "Abbiamo la certezza - ha scritto al governo l'Associazione nazionale tra il personale della carriera dei funzionari di Polizia penitenziaria - che il virus in carcere non si diffonda? Nel caso di sommosse o altre rivolte, il governo è in grado di inviare squadre anti-sommossa per fronteggiare 50mila detenuti avviliti e disposti a tutto? Se la risposta è sì, allora ci ritiriamo in buon ordine, altrimenti chiediamo di valutare urgentemente forme deflattive più consistenti, che senza passare per amnistie o indulti, deflazionino sensibilmente le presenze dentro le mura e permettano una gestione più lineare dell'emergenza". Può sembrare un cedimento ai violenti, ma secondo i dirigenti della Polizia penitenziaria sarebbe una mossa scaltra per prevenire problemi nelle carceri e allo stesso tempo disinnescare strumentalizzazioni politiche: "Se azione deve essere, sia una scelta forte, ma fatta dallo Stato per i suoi cittadini - aggiungono - perché altre rivolte o disordini in carcere in questo momento costituirebbero solo una grave questione di ordine pubblico e di salute pubblica". Però, altri sindacalisti del Corpo "sono sorpresi e indignati", Giovanni Battista Durante e Francesco Campobasso, segretario generale aggiunto l'uno, segretario nazionale l'altro del sindacato autonomo Sappe, affermano: "Certe dichiarazioni di resa non le condividiamo, perché riteniamo che non ci sia alcuna emergenza sanitaria, tale da giustificare provvedimenti deflattivi". Il Sappe ricorda, infatti, che in un mese si è scesi di 4mila detenuti e di questo passo, è molto probabile che tra un mese si arriverà a circa meno 53mila "ovvero al di sotto della soglia di tollerabilità: i detenuti contagiati sarebbero 37 (ossia lo 0,64 per mille), gli impiegati amministrativi 5 e i poliziotti penitenziari 158; dalla scorsa settimana, i detenuti 18 in più, gli agenti circa 40 e questi numeri ci dicono che non c'è nessuna emergenza, ma che è in atto una battaglia ideologica".
Il problema delle carceri, in ogni caso, è osservato con molta attenzione dai governi di tutto il mondo, l'Interpol ha interpellato tutte le 194 polizie aderenti al network per conoscere le singole realtà. Per l'Italia, il prefetto Franco Gabrielli, capo della Polizia ha risposto che "l'emergenza 'Covid-19' rappresenta un evento ancora più traumatico per la popolazione detenuta, non solo per gli spazi che non consentono il rispetto delle regole di distanziamento sociale previste per la collettività, ma per le nuove misure più restrittive, in materia di colloqui con i familiari a tutela della salute: questa è la chiave di lettura per interpretare le proteste e le agitazioni, talvolta deflagrate con modalità violente, avvenute a partire dal 7 marzo 2020 in numerosi Istituti di pena d'Italia". Ma il fuoco cova sotto la cenere: "Al momento - scrive Gabrielli - la situazione è sotto controllo, anche se il monitoraggio delle forze di polizia è molto stringente per intercettare subito nuovi segnali di protesta: all'interno delle carceri sono state adottate tutte le misure possibili per conciliare la tutela della salute dei detenuti e il rispetto dei loro diritti, fra i quali quello di poter continuare ad avere i colloqui con i loro familiari, e al fine di decongestionare le carceri, il controllo dei detenuti con una pena da scontare inferiore ai 18 mesi avverrà attraverso misure extra-carcerarie come il braccialetto elettronico".