Il carcere "come occasione"

Milano (Il Giorno - Federico Dedori), 22 gennaio 2020

A San Vittore e Opera conoscersi per capirsi

Musica, inclusione e pluralismo religioso per aiutare i detenuti. Al Museo Diocesano Carlo Maria Martini si è tenuta la conclusione della prima fase del progetto Simurgh.
"Il senso di questo progetto è molto profondo e suggestivo - spiega monsignor Luca Bressan, vicario episcopale della Diocesi di Milano - sono tre i punti fondamentali su cui ci siamo focalizzati: il riconoscimento, che ha permesso la nascita di nuove amicizie tra detenuti e non solo; la gratitudine, perché tutti abbiamo qualcosa da imparare l'uno dall'altro; l'importanza di continuare il cammino già iniziato".
Sono stati 200 i detenuti coinvolti in 3 anni di lavoro su 9 penitenziari: San Vittore, Opera, Pavia, Brescia, Como, Cremona, Vigevano, Monza e Bergamo.
"Dai detenuti abbiamo avuto reazioni differenti, alcuni erano più interessati degli altri - conclude monsignor Luca Bressan - complessivamente però l'accoglienza è stata davvero positiva; questo lavoro ci ha permesso di prevenire anche forme di radicalizzazione".
Non è stato solo un semplice evento quello andato in scena nel tardo pomeriggio di ieri (21 gennaio 2020, ndr) ma un vero e proprio spettacolo. Secchi, tubi dei rubinetti suonati da suolette, padelle, maracas, i detenuti hanno realizzato uno show davvero unico. A fare da regista Sebastiano Ruggeri: "La musica è stata un mezzo, una sorta di metafora dell'interazione umana che abbiamo unito attraverso questa arte".
Terminato lo spettacolo una lunga standing ovation da tutta la platea. Inizialmente i due percorsi sono nati separatamente, da una parte quello sul pluralismo religioso e dall'altra l'integrazione attraverso il laboratorio musicale.
"È stato un momento molto importante - spiega Francesco dopo essersi esibito - tutti uniti non avevamo una nazionalità, ho scoperto culture che prima ignoravo, eravamo un grande arcobaleno".
"Oggi quasi la metà dei detenuti nei penitenziari italiani è di fede diversa da quella cattolica; riconoscere effettivamente la libertà di culto ai carcerati significa prendere atto della realtà e quindi evitare degenerazioni, come i fenomeni di radicalizzazione, pericolosi all'interno e fuori, nella società civile, al termine delle misure restrittive", aggiunge Luciano Gualzetti, direttore di Caritas ambrosiana.
Fa eco la professoressa Daniela Milani, coordinatrice del progetto: "Attraverso questi incontri si è favorita una migliore conoscenza delle tradizioni religiose e culturali fornendo al personale carcerario strumenti per comprendere meglio".

Aggiornato il: 07/04/2020