I detenuti chiedono quando potranno rivedere la famiglia

Milano, adnkronos, 1 dicembre 2020

Questa è la domanda che i carcerati rivolgono a 'Medici senza frontiere'

L'impegno del team di 'Medici senza frontiere' negli Istituti penitenziari lombardi racconta una realtà tra contagi e criticità: "Il nostro compito è quello di disinnescare i focolai, quel che procura parecchio stress è la mancanza di percezione di quanto accade fuori, infatti, la domanda che i detenuti ci fanno più spesso è 'Quando potremo rivedere la famiglia?'".
"L'assenza di colloqui in presenza è una forma di tutela in epoca di Coronavirus, ma psicologicamente molto dura da sopportare per chi vive dietro le sbarre", dice Federico Franconi che si occupa di tutte le attività logistiche relative alla salute e ai servizi igienico-sanitari che, assieme all'infermiere Mario Ferrara, varca la soglia di uno degli Istituti penitenziari lombardi.
Un giorno a Lodi, l'altro a Busto Arsizio, l'altro ancora a Monza, un tour continuo da quando l'Italia è stata investita dalla seconda ondata di pandemia da 'Covid-19', con l'obiettivo di proteggere detenuti, agenti di Polizia penitenziaria e operatori sanitari da eventuali contagi e scongiurare il rischio focolai: dalla sanificazione delle manette alla macchinetta del caffè, dalle celle agli spazi comuni, dalla prevenzione all'individuazione dei positivi).
E' un lavoro minuzioso e silenzioso, quello per cui il team è stato chiamato a operare a fianco della direzione delle varie carceri; una mission cominciata già a marzo 2020 e che ha visto l'impegno non solo in Lombardia, ma anche nelle Marche, in Piemonte e in Liguria.
In Italia, secondo gli ultimi dati forniti dal ministero della Giustizia, su 53.720 detenuti presenti negli Istituti di pena sono stati registrati 826 casi di positività al Coronavirus, mentre sono 1.042 i positivi tra gli operatori penitenziari; nelle carceri lombarde la cifra dei detenuti positivi sfiora quota 300: la maggior parte è accolta nei 'Covid-hub' di San Vittore e Bollate.
"Ma presto l'obiettivo è cambiato - dice Franconi - dagli hub di San Vittore e Bollate, ci siamo spostati dov'era più urgente la risposta, nelle carceri più piccole, con meno risorse e mezzi per confrontarsi con l'epidemia in modo adeguato, perché il nostro compito è stato - ed è - quello di disinnescare i focolai più critici".
Tra preoccupazione, scioperi della fame per sensibilizzare su sovraffollamento e focolai, il team di Msf di situazioni problematiche, durante la seconda ondata, ne ha viste parecchie.
"Ogni Istituto penitenziario è una realtà a sé, in alcuni ci sono criticità evidenti, ma in questo momento specifico bisogna tenere alto il senso di responsabilità per non creare ulteriori pressioni sulla componente sanitaria che sta facendo ogni sforzo per monitorare la situazione e tenerla sotto controllo - continua Franconi - scioperi della fame, a suo avviso legittimi e comprensibili, ma senza strumentalizzare il tema carcerario".
Il viaggio all'interno delle prigioni, ad ogni modo, mostra "che servono interventi più mirati, sia per quanto riguarda gli spazi fisici, sia nell'ambito della socialità, per esempio - evidenzia Franconi - per esempio, la diminuzione delle ore d'aria grava parecchio sui detenuti".
Nonostante diverse criticità, quel che non manca è la collaborazione: "La migliore risposta per contrastare la diffusione del virus negli Istituti di pena è il dialogo continuo con tutti gli operatori sanitari, gli agenti penitenziari e la direzione delle carceri, perché un lavoro di squadra fa una grandissima differenza per la sfida più importante contro un virus silenzioso che si è pericolosamente insinuato tra le celle".
 

Aggiornato il: 01/12/2020