Giacinto Siciliano in galera da tre generazioni

Milano, Corriere della Sera, 11 settembre 2020

Durante la rivolte del marzo 2020 e l'emergenza Coronavirus

Leccese, 54 anni, è sposato e ha tre figli. Dirige San Vittore a Milano come fece il padre negli anni di piombo, suo nonno fu comandante degli agenti di custodia in diversi Istituti di pena. Dopo la laurea in Giurisprudenza ha partecipato al concorso per direttore di Istituto penitenziario piazzandosi al primo posto in graduatoria. Primo incarico nel 1993, la vice direzione del carcere di Monza, poi ha lavorato a Busto Arsizio. Trani. Sulmona e Opera, dove e rimasto per dieci anni gestendo profondi cambiamenti. Nel 2017 e tornato a San Vittore che aveva già diretto per un brevissimo periodo in precedenza.

Non gli bastava essere cresciuto nell'alloggio di servizio di un carcere, doveva fare anche lei il direttore?
"Pensi che è stato un caso, a 28 anni partecipai al concorso convinto da un'amica e lo vinsi, forse ero un predestinato".

E ora?
"Soffro di carcerite".

Che malattia è?
"Quella che ti prende quando vivi il carcere dall'interno".

Una missione?
"Un lavoro e una passione".

Qual è la prima cosa che ha imparato da bambino in carcere?
"Il rispetto delle regole".

Ciò che per lei è una scelta, ai detenuti va imposto con le sbarre?
"Secondo me no, un tempo ero convinto che le regole si potessero imporre: certo, è un meccanismo che può funzionare, però poi ti accorgi che le persone rispettano le regole finché gli stai addosso, ma non vedono l'ora di scappare quando ti volti. La sfida è trovare il modo che scelgano di mettersi dalla parte dello Stato perché alla fine il go 96 delle persone esce dal carcere".

Cioè?
"Tranne che per pochi ergastolani, la pena prima o poi finisce, quindi, bisogna fare in modo sfruttare il tempo in carcere affinché la persona capisca che le regole vanno rispettate a prescindere dal fatto che qualcuno impone di farlo".

Se tutti lo facessero le carceri sarebbero inutili. Invece non è così.
"Non bisogna pretendere di eliminare la devianza, ma avere l'obiettivo di lavorare su chi sta in dentro".

Il carcere è comunque mura e sbarre: nel suo libro 'Di cuore e di coraggio' lei stessa scrive che 'è brutto e che non c'è nulla che possa farlo diventare bello'.
"È sbagliato pensare che si possa trasformare il carcere in una cosa bella, però sono convinto che la bellezza sia un modo di pensare; devi portare le persone a pensare e a guardare al bello se vuoi che vedano il bello che è in loro".

Infatti, scrive che 'chiunque ha in sé una parte buona e che non bisogna guardare all'efferatezza del crimine commesso': un po' buonista?
"Assolutamente no, nessuno dimentica ciò che il detenuto ha fatto, bisogna capire come far sì che quando tornerà libero si comporti nel miglior modo possibile: molti detenuti hanno paura della scarcerazione perché temono di rientrare in cella, possiamo fare il miglior lavoro del mondo sul detenuto, ma se poi fuori non gli trovo una casa dove andare, chi lo segue e chi gli dà un lavoro c'è il rischio concreto-che torni a rivolgersi alla criminalità".

C'è chi dice: 'Nessuna indulgenza. Gettare via al chiave'.
"Dopo 27 anni di lavoro posso dire che i cambiamenti ci sono quando al detenuto si dà una possibilità: se accetta, provi a portarlo da qualche parte, al reato ci deve essere una risposta giusta in termini di pena che, però, da sola non basta, secondo la Costituzione deve tendere al reinserimento del condannato nella società, lo Stato non è vendetta, è costruzione".

I politici conoscono i problemi del carcere?
"Forse manca un'idea seria di cosa sia, non può essere lo stesso per i mafiosi, i detenuti normali e per gli extra-comunitari, forse bisogna fare delle scelte".

Lei vive sotto scorta, per le minacce di Totò Riina (il processo è finito a causa della morte del boss) e per la sua gestione del carcere di Opera (suo padre fu scortato per il pericolo di un attentato terroristico): come convive con il rischio?
"Lavorare in carcere significa anche sapere che rischi, ma non bisogna farsi schiacciare dalla paura".

Scrive che un direttore deve conoscere ogni angolo del carcere, troppa familiarità può pregiudicare la freddezza nelle decisioni? 
"Essere presente, avvicinarsi non vuol dire perdere l'obiettività, questo è un mondo complesso che non può essere controllato da dietro una scrivania, il direttore deve dare risposte chiare, positive o negative che siano, senza incertezze, che non vuol dire accentrate tutto su di sé perché la gestione si fa con un gioco di squadra tra direttore, agenti e operatori".

Dal 2003 al 2007 ha diretto il carcere di Sulmona che era il carcere dei suicidi, come quello della direttrice Armida Misere che lei fu chiamato a sostituire.
"Ero amico di Armida e questo inizialmente ha pesato emotivamente; si verificarono una serie di suicidi che finirono all'attenzione dei media, anche se alla fine "non particolarmente, perché sul 41 bis c'è una normativa precisa, per esempio, ogni volta che il direttore incontra un detenuto - anche per le contestazioni e le sanzioni disciplinari - lo fa sempre alla presenza del personale di Polizia penitenziaria, tutto viene annotato e comunicato al dipartimento e alla magistratura nella massima trasparenza".

Dal 2017 è a San Vittore, perché dice che è un carcere speciale?
"Ha un fascino particolare dovuto alla sua storia, la città lo sente come una propria parte".

Vuole portarci la bellezza, come?
"Migliorando la struttura, come si è già cominciato a fare".

II 9 marzo 2020 c'è stata una rivolta legata alla paura del Coronavirus: innocente, perché?
"È stata una vicenda traumatica finita con una sentenza che non ha accertato responsabilità, quando il giudice ha chiuso il processo non ho potuto trattenere le lacrime di rabbia perché non era così che volevo finisse, ero sicuro di poter dimostrare che non avevo nulla a che fare con quei fatti, ma dopo otto anni di indagini e udienze che hanno modificato la vita mia e della mia famiglia, davanti alla prospettiva di altri anni nelle aule di giustizia con la pressione mediatica come quella subìta fino ad allora e di altre spese ingentissime, mi sentivo sfiancato, avevo bisogno di mettere la parola fine; chiudendo il processo il presidente della Corte disse: 'Sarà la storia a giudicare'.
"So cosa significa essere imputato, quando il giudice ha chiuso il mio processo, non ho potuto trattenere le lacrime di rabbia".

Sarà la 'Storia di cuore e di coraggio', con la quale il direttore ripercorre i suoi 27 anni nelle carceri.
"Il numero era nella triste media degli altri Istituti di pena, nella mia vita penitenziaria ho visto tante volte morire persone che conoscevo nonostante avessi lavorato tanto per evitare che accadesse, a Sulmona si innestò anche un meccanismo perverso al quale bisognava dare una risposta forte: c'erano parecchi detenuti che per ottenere qualunque cosa facevano finta di suicidarsi, forse dopo essere stati spinti da altri detenuti problematici, trasferiti i secondi e proseguite iniziative che coinvolgevano quelli che rimanevano, la situazione migliorò".

Poi fu mandato a Opera dove al regime duro c'erano boss del calibro di Riina, Gangi, Graziano e Spera: gestione impegnativa?
"Sarebbe potuto succedere di tutto, ma grazie a Dio, nessuno si è fatto male, dopo la rivolta, tutti - detenuti compresi - abbiamo lavorato per evitare che a causa di quello che era accaduto il virus si espandesse, e alla fine i contagiati sono stati una ventina, una sessantina se si includono quelli arrivati con il 'Covid-19' da altre carceri".

Lei è finito con altri sotto processo a Roma per falso e mancata comunicazione all'autorità giudiziaria, per l'accusa, informazioni dei detenuti mafiosi sarebbero arrivate ai servizi segreti senza informare la magistratura in base ad un presunto 'Protocollo farfalla', tra Dap e Servizi.
“Il processo si è concluso nel 2015 con una prescrizione alla quale lei non ha rinunciato, perché la giustizia non sempre è quella amministrata dagli uomini - nel libro spiego cosa significhi per un servitore dello Stato essere imputato - io ho la coscienza a posto".

Perché ha scritto un libro?
"Faccio un lavoro difficile e bellissimo, sono direttore ma sono innanzitutto uomo e padre, spesso sono costretto a nascondere le mie emozioni in un contesto in cui bisogna essere freddi e imparziali; ho deciso di fermarmi, guardarmi indietro, raccogliere ricordi e pensieri per raccontare il mondo del carcere dall'interno: l'ho scritto per i miei figli che, giovanissimi, leggevano che il padre era sotto processo, ma forse l'ho scritto anche per me stesso".

Aggiornato il: 01/02/2021