Dottoressa condannata a 3 mesi

Milano (Corriere della Sera - Luigi Ferrarella), 4 gennaio 2021

Diagnosi ritardata di un tumore a un detenuto

Il medico, all'epoca dei fatti in servizio al carcere di Opera, à stata ritenuta colpevole di "lesioni colpose": una Tac rapida avrebbe evitato atroci sofferenze a un 61enne.
"Omicidio colposo" no, perché una diagnosi tumorale più accurata e tempestiva sarebbe comunque valsa al detenuto morto il 10 dicembre 2014 solo il 50 per cento di possibilità di sopravvivere al massimo 2 mesi in più, ma di certo "avrebbe lenito le gravi sofferenze psicofisiche del paziente, migliorandone così le condizioni di vita residua".
E' con questa motivazione che la III sezione del tribunale spiega la condanna della dottoressa L.A., all'epoca in servizio nel carcere milanese di Opera e rinviata a giudizio per "omicidio colposo" a 3 mesi (più risarcimento del danno alla famiglia in separata sede civile), per il reato di "lesioni colpose" ai danni del detenuto G.C., di cui a settembre avrebbe sottovalutato i sintomi e non diagnosticato 4-6 settimane prima un tumore ai polmoni, non avviando la terapia del dolore che almeno ne avrebbe mitigato le atroci sofferenze alla schiena ("A fine estate - ha deposto la moglie - lui mi disse: 'Ho passato un'estate tremenda, da mesi non riesco a dormire per questo dolore che ho e non posso stare in nessuna posizione...mi dice sempre che non ho niente'").
Detenuto all'ergastolo nella sezione di Alta Sicurezza del carcere di Opera, l'uomo aveva 61 anni al momento della morte nell'ospedale San Paolo, dove solo negli ultimi giorni e su istanza dei familiari era stato ricoverato. Centrale, nella ricostruzione che il giudice monocratico Alessandro Santangelo fa della vicenda istruita dal pm Letizia Mocciaro, è la Tac polmonare che nel diario clinico risulta indicata il 19 settembre 2014 da un'altra dottoressa ex medico curante dell'uomo, senza che però si capisca perché l'esame fu in realtà a lungo non fatto, "non comparendo più nelle settimane successive - ha fatto notare il consulente dell'accusa - l'indicazione a eseguire la Tac polmonare senza nessun commento del perché non più presa in considerazione".
Quella Tac - nota il perito - se eseguita in quel momento, avrebbe "con ogni verosimiglianza condotto alla diagnosi" corretta di carcinoma polmonare, anziché alla diagnosi sbagliata di sospetta fibromialgia, ma solo il 19 novembre 2020 dopo un malore che lo aveva fatto ricoverare in ospedale, una Tac aveva mostrato il tumore ormai dilagato, "lo stadio della malattia era ormai talmente avanzato che non c'erano possibilità terapeutiche se non le cure palliative, tanto che fu impostata una terapia con oppiacei, unico tipo di antidolorifico che rispondeva".
Il dibattimento avrà anche una coda processuale. In aula, la teste dottoressa A.P., che era il precedente medico curante del detenuto e che aveva correttamente indicato la necessità di fare una Tac, ha però affermato che l'esame (eseguibile solo fuori dal carcere) non era stato eseguito perché il detenuto aveva rifiutato il ricovero esterno, ma questa affermazione - ad avviso del giudice che ha trasmesso alla procura gli atti affinché valuti di contestare alla dottoressa la falsa testimonianza - "non convince per una pluralità di ragioni che, ad una lettura congiunta e inquadrata nelle altre risultanze processuali, finisce per accreditarla di franca falsità".
Tra questi elementi ci sono il fax con cui l'avvocato del detenuto sollecitava ancora il 31 ottobre esami diagnostici mediante un eventuale ricovero urgente, la deposizione dell'allora direttore del carcere, Giacinto Siciliano e i familiari del tutto all'oscuro del preteso rifiuto del detenuto, e il fatto che la dottoressa lo evochi oggi ma all'epoca non lo abbia annotato nella cartella clinica, finendo in aula per addebitare questa mancanza a una propria possibile distrazione.

Aggiornato il: 04/01/2021