Coronavirus, una vittima a San Vittore

Milano (Corriere della Sera - Luigi Ferrarella), 2 maggio 2020

Un detenuto che era stato contagiato in carcere

L'uomo, 54 anni, da tre settimane era ricoverato all'ospedale San Paolo. È la settima vittima del Covid nelle carceri italiane, era in custodia cautelare, non stava espiando una condanna definitiva, ma era in custodia cautelare dal 12 febbraio 2020 per l'accusa di tre furti tentati in Liguria, il detenuto del carcere milanese di San Vittore che, da tre settimane ricoverato all'ospedale san Paolo, vi è morto per 'Covid-19': è la settima vittima nel mondo delle carceri italiane, il terzo detenuto oltre a due agenti e a due medici penitenziari.
La ricostruzione delle date e della storia del cileno David Antonio Rivera Acosta, che sino ai primi di aprile 2020 era asintomatico e che solo dopo ha avuto un rapidissimo peggioramento già in ospedale, se da un lato suggerisce assai probabile che sia stato contagiato nel carcere dove si trovava dal 12 febbraio 2020; dall'altro lato fa invece ritenere che non vi siano ulteriori rischi diretti per gli altri reclusi e per tutta la comunità del penitenziario, perché questo paziente faceva parte di un focolaio di una ventina di detenuti positivi già individuato e isolato per precauzione, con una quarantena ormai conclusa e tale dunque da rassicurare gli altri detenuti rispetto ai timori di un propagarsi del contagio. Anche perché la situazione logistica a San Vittore è molto cambiata dalla rivolta del 9 marzo 2020 accesa, come ha indicato il direttore, Giacinto Siciliano pochi giorni fa nell'audizione in Comune: "Anche dalla situazione di over booking, non c'era più una branda dove mettere una persona".
Ora, invece, le presenze sono scese da 950 a 693 detenuti, il che sta consentendo (in un carcere che per costruzione non ha celle singole ma multiple) di cercare di portare a 2 posti tutte le celle triple, a 4 quelle da 8, a 5 quelle da 11. E anche a San Vittore sembra stare dando frutti il filtro del Triage all'ingresso su chiunque entra o esca: filtro che del resto a livello di tutti gli istituti lombardi ha controllato sinora (come spiegato dal provveditore regionale, Pietro Buffa) ben 84.000 persone, 190 delle quali non fatte entrare per precauzione in presenza di anche lievi rialzi febbrili.
La sfortunata parabola del 54enne cileno inizia a mezzogiorno del 12 febbraio 2020 quando viene fermato a Linate per tre tentati furti in abitazioni liguri a Sestri Levante e a Lavagna il 7 febbraio 2020, non riusciti per l'arrivo di un inquilino o di un vicino, e dai Carabinieri ricondotti a lui perché risultava aver preso a noleggio un'auto che i filmati mostravano nei paraggi delle tre case.
Il pm milanese di turno, Roberto Fontana chiede al gip la convalida del fermo e l'emissione di un ordine di custodia in carcere, la gip Maria Vicidomini non convalida il fermo per difetto di prova sull'attualità del pericolo di fuga, ma dispone la custodia in carcere per l'altra esigenza cautelare del rischio di reiterazione del reato, misura che, quando gli atti vengono restituiti da Milano alla competenza del tribunale di Genova, la gip ligure, Paola Faggioni rinnova il 4 marzo 2020.
Dopo 22 giorni il difensore Massimiliano Migliara avanza una istanza di arresti domiciliari dell'indagato (anche con braccialetto elettronico), presso l'abitazione del fratello a Milano. La richiesta è fondata sulle esigenze di indagine ormai esaurite per il tempo trascorso, sull'incensuratezza dell'uomo, sul pericolo di fuga escluso dalla non convalida del fermo e "sull'attuale rischio sanitario connesso ad agenti virali trasmissibili", rischio da valutare sia "come fatto non marginale" in sé "sia in prospettiva come ragione del prevedibile rinvio della fissazione del processo".
La gip genovese Paola Faggioni, acquisito il parere contrario del pm, rileva che "il quadro indiziario non ha subito modificazioni", ritiene sempre "consistente il grado di esigenze cautelari", e il 30 marzo 2020 conferma gli arresti in carcere. Il 4 aprile 2020, epoca di pieno lockdown e dunque sempre sottoposta al blocco degli incontri di persona tra legali e reclusi, l'avvocato riesce ad avere con il detenuto un colloquio a distanza, al telefono, e in quell'occasione il cileno gli dice per la prima volta due cose: "che sta terminando un periodo di prudenziale isolamento adottato dal carcere dopo che un suo compagno di cella era risultato positivo al Coronavirus, e che lui soffre seriamente di asma, patologia per la quale è in terapia" e che è doppiamente pericolosa in caso di contagio da virus; l'avvocato allora il 6 aprile 2020 si affretta a proporre una nuova istanza di arresti domiciliari, che il 10 aprile 2020 integra e rafforza con una novità arrivata proprio dal carcere, allorché San Vittore gli comunica che il cileno, sottoposto al secondo tampone, è risultato positivo al Coronavirus.
A Genova la gip Alessia Solombrino, in sostituzione della collega titolare, il 10 aprile 2020 raccoglie per telefono informazioni d'urgenza da San Vittore, apprende che la direzione ha già trasferito il detenuto il 9 aprile 2020 nel reparto 'Covid-19' dell'ospedale san Paolo "per accertamenti", scrive di "ratificare l'operato della Polizia penitenziaria" e ordina di essere informata entro le seguenti 24 ore dell'esito degli accertamenti.
La risposta è che il paziente ha la micidiale polmonite da 'Covid-19' e che sono prevedibili un peggioramento e la conseguente necessità di rianimazione. E allora l'11 aprile 2020 la gip Alessia Solombrino, con il parere favorevole della pm, Valentina Grosso, ordina la scarcerazione e dispone gli arresti domiciliari presso l'ospedale san Paolo "stante l'incompatibilità delle restrizioni imposte dalla detenzione carceraria con le attuali critiche condizioni di salute". Qui l'uomo muore dopo tre settimane.
"Spero che vicende come questa facciano riflettere chi in questi giorni ha scompostamente gridato all'indirizzo di magistrati seri che scarceravano detenuti comuni per gravi motivi di salute", commenta l'avvocato Massimiliano Migliara con riferimento a talune polemiche sulle detenzioni domiciliari concesse a boss mafiosi gravemente malati e non curabili in cella: "Si è trattato invece di una presa di consapevolezza, anche della magistratura, rispetto agli oggettivi rischi in carcere di contagiarsi, ammalarsi e morire".
Il Dap del ministero della Giustizia, dal cui vertice proprio oggi si è dimesso l'ex pm, Francesco Basentini e che non ha finora divulgato la notizia della morte in ospedale del detenuto, ieri aveva comunicato la guarigione di 28 detenuti e 53 agenti, indicando attualmente positivi 159 detenuti (di cui 9 in ospedale) e 215 agenti o funzionari penitenziari, di cui 12 ricoverati, 180 in quarantena a casa e 19 in caserma.
Come fuori dal carcere, anche dentro le carceri, è la Lombardia la Regione più martoriata: l'altro giorno in audizione il provveditore regionale, Pietro Buffa ha conteggiato 39 detenuti contagiati, 239 reclusi in quarantena, 116 agenti positivi, 278 agenti in malattia ordinaria.