Coronavirus, detenzione domiciliare

Bonafede: "Fuori chi ha meno di 18 mesi", tranne mafiosi e rivoltosi    

Roma (Repubblica - Liana Milella), 29 ottobre 2020

Nel decreto legge 'Ristori' sono contenute anche le misure per le prigioni chieste dal Guardasigilli. Dice il sottosegretario alla Giustizia del Pd Andrea Giorgis: "Norme che ridurranno contagi".
Anche per le carceri arrivano le misure anti 'Covid-19': fuori, ma con il braccialetto elettronico, chi ha una condanna fino a 18 mesi, ma nessuna concessione a mafiosi e protagonisti delle rivolte di febbraio 2020.
Le annuncia con un post su Facebook il Guardasigilli, Alfonso Bonafede che, però, subito precisa: "È escluso chi è stato condannato per mafia, terrorismo, corruzione, voto di scambio politico-mafioso, violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia e stalking, nonché chi ha subito una sanzione disciplinare o ha un procedimento disciplinare pendente, per la partecipazione a tumulti e sommosse nelle carceri".
Paletti che, già in partenza, escludono la possibilità che boss mafiosi - com'è avvenuto tra marzo e aprile di quest'anno, a seguito della circolare del 21 marzo 2020 - possano andare ai domiciliari. Aggiunge il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Giorgis: "Sono norme importanti e ragionevoli che contribuiranno a ridurre i rischi di diffusione dei contagi negli istituti penitenziari senza compromettere le esigenze di sicurezza; inoltre le norme processuali consentiranno di garantire continuità alla giustizia senza limitare i fondamentali diritti di difesa e di azione".
A oggi, nelle carceri, su una popolazione di 55mila detenuti, ce ne sono oltre 150 risultati positivi al Coronavirus distribuiti nei 41 Istituti di pena con alcuni focolai sotto osservazione e con oltre 200 agenti della Polizia penitenziaria in quarantena, a casa.
I dati, però, a quanto affermano fonti del ministero di via Arenula, stanno aumentando vertiginosamente giorno dopo giorno, da qui è nata l'esigenza - proprio com'è già avvenuto a marzo 2020 con il primo decreto legge sul carcere - di adottare misure di alleggerimento che contrastino una possibile diffusione della pandemia.
Ecco in sintesi il provvedimento a partire dalla detenzione domiciliare che sarà possibile e verrà concessa solo se il magistrato di Sorveglianza non ravvisi gravi motivi che la ostacolano: in questo caso sarà il giudice ad autorizzarla per quei detenuti che devono scontare ancora una pena residua non superiore a diciotto mesi, anche se si tratta di un periodo residuo rispetto a una pena maggiore. Ma, com'è già avvenuto a marzo 2020 nel pieno dell'emergenza 'Covid-19' ai detenuti ai domiciliari verrà imposto il braccialetto elettronico, uniche eccezioni per i condannati minorenni o per quei detenuti la cui pena residua da scontare non è superiore a sei mesi; in ogni caso, sono esclusi dal beneficio tutti i detenuti che si trovano in regime di 4 bis (l'articolo del regolamento penitenziario del 1975 che esclude da una pena attenuata i soggetti condannati per i delitti più gravi, come mafia e terrorismo, e chi è stato coinvolto in disordini o sommosse come quelle di febbraio 2020.
Per i detenuti che già si trovano in regime di semi-libertà saranno concesse licenze premio straordinarie fino al 31 dicembre 2020. Ne potranno fruire anche coloro che già sono ammessi al lavoro esterno, salvo che il magistrato di Sorveglianza non ravvisi gravi motivi per bloccare l'accesso alla misura; anche in questo caso sono esclusi i soggetti condannati per i delitti più gravi. Il decreto legge specifica che le misure potranno essere concesse su istanza dell'interessato, per iniziativa della direzione dell'Istituto penitenziario oppure del pubblico ministero.
Punite anche, con misure specifiche, le eventuali violazioni delle agevolazioni ottenute: a chi si allontana dal domicilio concordato verrà contestato il reato di evasione, punito con pene più elevate rispetto a quella da scontare, nella misura di un anno fino a tre anni, a cui si aggiungono anche i casi di evasione aggravata.
Il decreto legge non si applicherà a chi è sottoposto al regime della sorveglianza particolare, ai destinatari di un procedimento disciplinare nell'ultimo anno, a tutti coloro che hanno preso parte a tumulti e sommosse negli Istituti penitenziari - in particolare quelle di febbraio 2020 - ai soggetti condannati per uno dei delitti indicati dall'articolo 4 bis della legge sull'Ordinamento penitenziario, tra cui terrorismo, mafia, corruzione, voto di scambio, violenza sessuale, oltre a delitti di maltrattamento e atti persecutori, esclusi anche coloro che, dopo l'entrata in vigore del decreto, saranno sottoposti a contestazioni disciplinari.
Come recita il testo di accompagnamento al decreto le misure hanno l'obiettivo "di ridurre le eccessive presenze negli Istituti penitenziari per la durata e il procrastinarsi del periodo di emergenza igienico-sanitaria", tenuto conto che, a oggi, la popolazione carceraria è di 55mila detenuti.
Per una coincidenza, la prossima settimana, la Corte costituzionale affronterà proprio il caso di uno dei decreti di Bonafede che si è reso necessario dopo la scarcerazione dei boss (quello che prevede l'obbligo, per il magistrato di Sorveglianza, di rivalutare la misura concessa, cioè i domiciliari, la prima volta dopo 15 giorni e poi con cadenza mensile), per verificare se essa sia ancora necessaria. Nel caso in cui il Dap comunichi la disponibilità di strutture interne o di reparti di medicina protetta, però, secondo il giudice di sorveglianza di Sassari, Riccardo De Vito - che aveva concesso i domiciliari al boss Pasquale Zagaria (poi rimesso in carcere da un paio di settimane) - la norma invaderebbe la sfera di competenza riservata all'autorità giudiziaria e violerebbe il principio di separazione dei poteri, tanto più se applicata retroattivamente (il decreto è di maggio 2020 rispetto a decisioni assunte a febbraio 2020).