Celle strapiene e colloqui vietati

Milano (Libero - Francesco Specchia), 8 marzo 2020

Allarme nelle carceri, rivolte in atto

II grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni, scriveva Dostoevskij. Il quale, evidentemente mai s'era imbucato nelle galere italiane che rimangono un dedalo straziato di gironi infernali, speranze fioche e diritti umani al collasso: esattamente il luogo dove il Coronavirus può covare la sua esplosione peggiore. Spesso disumani, fatiscenti con un tasso di affollamento che sfiora il 120 per cento (tra i più alti d'Europa: a novembre 2019 i detenuti erano 61.174, 1.500 in più della fine del 2018 e 3.500 in più del 2017), i nostri penitenziari hanno, al momento, di fronte un doppio scenario d'allarme.
Sono, certo, luoghi chiusi dove il contagio ha basse possibilità di proliferare; ma già l'altro giorno il blocco dell'ingresso di una giudice a San Vittore e di un agente a Vicenza sospetti di aver contratto il Covid-19 ha insufflato il terrore. Se il focolaio scoppiasse lì dentro, sarebbe un effetto domino terribile.
"L'epidemia arriva in una situazione già grave" ha spiegato al sito 'Giustiziami' Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Milano "determinata da due fattori: il sovraffollamento, con 8000 detenuti a fronte di una capienza di 6000 in Lombardia, e i problemi particolari della carenza dei medici» causa contratti non rinnovati. Poi si prospetta un secondo scenario, se possibile peggiore del primo. Dai focolai del virus si può passare ai focolai della rivolta. Poiché le "misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica", pubblicate nella Gazzetta Ufficiale n. 45 del 23 febbraio 2020, poi aggiornate a marzo menzionavano il tema delle carceri soltanto in un unico punto: "Le articolazioni territoriali del Servizio sanitario nazionale assicurano al ministero della Giustizia idoneo supporto per il contenimento della diffusione del contagio del Covid-19".
Di fatto, ogni carcere applica estensivamente una norma già di per sé generica, e in pratica fa quel cacchio che gli pare. Quindi, sospese in via precauzionale quasi tutte le attività scolastiche, ricreative e di reinserimento professionale; ridimensionate le ore d'aria; ridotti al minimo i contatti con i visitatori esterni, ma non quelli con i compagni di pena in ambienti angusti; be', per i carcerati si prospetta una pressione psicologica formidabile.
Già nel 35,3 per cento delle celle, non c'è acqua calda, il 7,1 per cento non dispone di un riscaldamento funzionante, nel 20 per cento non ci sono spazi per permettere ai detenuti di lavorare e nel 27,1 per cento non sussistono aree verdi per i colloqui coi familiari. Ed è per questo il 29 per cento dei detenuti è in cura psichiatrica e solo l'anno scorso si sono registrati 69 suicidi. Ed è sempre per questo che la Corte europea dei diritti dell'uomo, ci ha abbondantemente condannato.
Se la situazione si protraesse, la bomba potrebbe davvero innescarsi. Non per nulla in Iran, altro focolaio del virus, il governo ha messo agli arresti domiciliari 52mila detenuti: uno svuota-carceri spontaneo in funzione anti-sommosse.
La presidente dell'associazione Antigone, Susanna Marietti ha dichiarato a 'Pop Economy' che la "misura più urgente dovrebbe essere portare almeno a 20 minuti la telefonata che spetta al giorno a ogni detenuto, dai 10 minuti previsti a settimana".
La risposta è stata un primo focolaio di rivolta, ieri, nel carcere di Salerno, attizzato proprio dopo l'annunciata sospensione dei colloqui per Coronavirus. Subito dopo, Poggioreale, i prigionieri non sono rientrati in cella protestando per il fatto di non potere vedere i familiari mentre infermieri e operatori si muovono liberamente fuori e dentro l'Istituto. E non si può dar loro torto.