Carcere e lavoro

Milano (Urloweb - Andrea Ugolini), 11 luglio 2020

Progetti per una società più umana

Un ristorante e un laboratorio di panificazione, sono queste le nuove frontiere del reinserimento. "Il più sicuro ma più difficile mezzo di prevenire i delitti è l'educazione".
Così si esprimeva 250 anni fa l'illuminista milanese Cesare Beccaria nel suo capolavoro "Dei delitti e delle pene", con parole che, nel pieno dell'odierno populismo anti-istituzionale e antiscientifico, possono suonare rivoluzionarie. Un'affermazione per costruire una società più giusta, tanto nitida da essere ripresa dall'articolo 27 della nostra Costituzione per cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e che per fortuna ha cominciato ad ispirare buoni esempi di reinserimento sociale dei detenuti.
'InGalera' è uno dei casi virtuosi, si tratta infatti del primo ed unico ristorante in Italia, realizzato in un carcere, aperto al pubblico sia a mezzogiorno che alla sera, in cui lavorano gli ospiti del carcere di Bollate detenuti, seguiti da uno chef e un maître professionisti, dove imparano o hanno già imparato la lavorazione dei cibi e sanno sorprendere i clienti con ricette esclusive e ben fatte.
Come si legge nel sito internet ingalera.it, il ristorante nasce per offrire ai carcerati, regolarmente assunti, la possibilità di riappropriarsi o apprendere la cultura del lavoro, un percorso di formazione professionale e responsabilizzazione, mettendoli in rapporto con il mercato, il mondo del lavoro e la società civile. Inoltre, grazie alla sezione carceraria dell'Istituto Alberghiero Paolo Frisi di Milano presente nella II Casa di Reclusione Milano Bollate, i detenuti studenti possono svolgere 'InGalera' lo stage obbligatorio per il conseguimento del diploma alberghiero.
Responsabile dell'iniziativa è Silvia Polleri della cooperativa Abc, che dal 2004 ha iniziato a coinvolgere i detenuti in servizi di catering e avviandoli ad una formazione specializzata, con la collaborazione dell'Istituto alberghiero Paolo Frisi, che ha una succursale dentro il carcere. Un progetto formativo di lungo corso, che con In-Galera è giunto a compimento, anche grazie al supporto di PwC (network di servizi di revisione e consulenza legale e fiscale), di Fondazione Cariplo e Fondazione Peppino Vismara. "Di solito il carcere chiede servizi al territorio - ha osservato Polleri - mentre da noi accade il contrario: i detenuti invitano i cittadini ad entrare, e a godere di un servizio altamente qualificato. È un'opportunità per tutti, sia sotto il profilo sociale che economico". La formula sembra funzionare: in Italia il 68 per cento degli ex detenuti torna a delinquere, mentre a Bollate il tasso di recidiva scende ampiamente sotto il 20 per cento. Una percentuale che allinea la struttura alle carceri più virtuose del nord Europa.
Il pane non deve finire mai, né per chi lo mangia, né per chi lo produce. La terza casa circondariale di Roma Rebibbia ha voluto lanciare una provocazione positiva, a partire dal nome, proprio giocando con le parole "fine pena mai", usate per indicare l'ergastolo. Ad aprile 2017 è stata inaugurata, in via Bartolo Longo 82, tra le mura del carcere, "La Terza bottega: fine pane mai", in cui lavorano 8 panificatori detenuti con regolare contratto di lavoro, in parte italiani e in parte stranieri, età compresa tra i 20 e i 40 anni, ma la struttura ha la potenzialità per arrivare a 20 unità. L'iniziativa, nata nel 2012 per un costo complessivo di oltre 2 milioni di euro, è stata finanziata con 800mila euro della Cassa ammende del Dipartimento amministrazione penitenziaria. Il resto grazie ad un cofinanziamento con Panifici Lariano e Farchioni Olii, che pagano gli stipendi, le materie prime ed hanno completamente allestito il punto vendita. Un punto vendita al pubblico che serve ad accorciare le distanze tra il quartiere e chi è dentro le mura. Perché anche il carcere diventi un "luogo piacevole" da frequentare per le bontà che produce. Il progetto ha impiegato più di 2 anni e mezzo per realizzarsi, a causa delle difficoltà burocratiche e amministrative, proprio perché si trattava materialmente di aprire un varco sulle mura di Rebibbia e utilizzare la stanza a ridosso per il punto vendita. I detenuti hanno cominciato a lavorare dopo "aver frequentato per sei mesi un corso per panificatori e poi i successivi aggiornamenti", ha spiegato suor Primetta Antolini, della Congregazione francescane Alcantarine, nata per istruire le giovani povere ed orfane. Umbra di Castiglion del Lago, suor Primetta ha scoperto negli ultimi vent'anni il mondo del carcere e dal 2014 ha iniziato a fare volontariato alla terza casa circondariale maschile di Rebibbia, con 35 detenuti con pene attenuate o con lunga pena. Con la sua associazione "Mandorlo in fiore" ha fortemente creduto in questo progetto. "Gli ostacoli sono stati tanti, in certi momenti i ragazzi avevano perso le speranze - ha spiegato - invece, grazie ai dirigenti del carcere e a un imprenditore illuminato ce l'abbiamo fatta". Tutti hanno diritto ad un percorso di rinascita per riprendersi la vita e "noi vogliamo farci cercare per le cose buone e avvicinare la gente del quartiere a queste mura di cinta, per annullare le distanze tra buoni e cattivi", ha spiegato il coordinatore del progetto Claudio Piunti, che il carcere lo conosce bene. Ex appartenente alle Brigate Rosse, condannato a 32 anni, è stato rilasciato per buona condotta e dal 2005 opera come cuoco, puntando sulla qualità dei prodotti come punto di forza della panetteria e gastronomia, che utilizza, tra l'altro, materie prime biologiche e grani antichi siciliani: "Perché il futuro sta nel passato - ha sostenuto Piunti - e il lavoro è l'unica strada che può funzionare in carcere".