Braccialetto elettronico per i carcerati

Roma (Repubblica - Marta Rizzo), 20 marzo 2020

Cura Italia e detenzione domiciliare

"Aspettiamo che il decreto 'Cura Italia' dia i primi risultati". Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private delle libertà personali, fornisce dati e ragiona sulla delicatissima situazione del Paese e dei sui detenuti nel tempo del 'Coronavirus'. Dopo le insurrezioni, i morti e il primo caso di 'Covid-19' nell'Istituto penitenziario di Voghera, in attesa che si torni all'ordine in seguito ai decessi nei giorni scorsi, il Garante nazionale riflette sullo scollamento tra carcere e società, preesistente al virus, restando vigili, affinché i provvedimenti del decreto 'Cura Italia' si rivelino efficaci, oppure vadano rivisti.
Il punto sulle carceri italiani ai tempi del 'Coronavirus'. Secondo i numeri costantemente aggiornati dagli Uffici dei Garanti Regionali e da quello Centrale, sono stati 49 gli Istituti penitenziari coinvolti nelle insurrezioni dei detenuti per l'emergenza 'Covid-19' dopo le rivolte e i morti dei giorni scorsi, si è istituito un gruppo di lavoro che ha partecipato alla costruzione del decreto Cura Italia, nella parte specifica per regolamentare il sistema penitenziario in questa emergenza pandemica. Il gruppo è composto dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, dal capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, dal capo del Dipartimento di Giustizia minorile e di comunità del ministero di Giustizia, Gemma Tuccillo e dal Garante nazionale delle persone private delle libertà personali, Mauro Palma.
Le risoluzioni contenute nel decreto 'Cura Italia': arresti domiciliari e braccialetti elettronici per chi deve scontare una pena inferiore a 18 mesi; chi ha una pena residua inferiore a 6 mesi e i minori direttamente ai domiciliari, senza braccialetto.
La polemica: da associazioni e iniziative in difesa della tutela della salute e dei diritti dei detenuti, giungono allarmi e proteste per le inadeguatezze del provvedimento; Mauro Palma, chiede di aspettare i 10 giorni previsti dal decreto governativo del 16 marzo 2020 per verificare l'efficacia di un provvedimento in fieri, in un momento così delicato e grave.
Il decreto 'Cura Italia' per le carceri. I limiti posti all'autorizzazione dei domiciliari sono molti, per evitare che la necessità di alleggerire le carceri dal sovraffollamento determini il ritorno a casa di detenuti particolarmente pericolosi che stanno per finire di scontare la condanna e, tuttavia, da più parti si obietta che le restrizioni siano talmente numerose che si rischia, in realtà, di vanificare l'obiettivo che il decreto stesso si pone di centrare.
Braccialetto elettronico. Ai beneficiari della detenzione domiciliare dovrà essere applicato il braccialetto elettronico, o dovranno essere sottoposti a controllo mediante "altri strumenti tecnici", non meglio specificati, "resi disponibili per i singoli istituti penitenziari", il decreto riserva dieci giorni di tempo al Dap per fare il conto dei braccialetti elettronici a disposizione e per individuare "altri strumenti tecnici da rendere disponibili, nei limiti delle risorse finanziarie disponibili"; beneficerà, invece, senza problemi della misura solo chi deve espiare un residuo pena inferiore ai sei mesi e i minorenni (i quali dovranno poi sostenere un percorso rieducativo che sarà attivato, entro 30 giorni dal ritorno a casa, dai servizi sociali): per questa categoria è prevista una detenzione domiciliare immediatamente applicabile.
Categorie di detenuti escluse dai domiciliari. Non potranno accedere ai domiciliari i colpevoli di: terrorismo, eversione dell'ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza, peculato, corruzione, associazione di stampo mafioso, scambio elettorale politico mafioso, riduzione o mantenimento in schiavitù, prostituzione e pornografia minorile, chi è colpevole di atti di violenza sessuale, sequestro di persona, maltrattamenti contro familiari e conviventi, stalking e per tutti i reati aggravati dalla matrice di stampo mafioso; i delinquenti abituali, professionali o per tendenza; i sottoposti al regime di sorveglianza particolare; chi abbia avuto sanzione disciplinare per gravi infrazioni; i detenuti privi di domicilio effettivo e idoneo, anche per tutelare le persone offese.
I numeri di morti, feriti ed evasi. I morti in carcere in Italia, in seguito alle sommosse dei giorni scorsi, provocate dalle legittime preoccupazioni per il virus, sono stati 13 morti; tra le persone detenute e alcune tuttora in ospedale in condizioni precarie, la maggior parte sono stranieri; 59 i feriti, nessuno grave, tra i poliziotti penitenziari. Cinque operatori sanitari e due poliziotti sono stati trattenuti in ostaggio per otto ore a Melfi. A ciò si aggiunge la situazione, documentata anche in un video, del facile allontanarsi di 72 persone dall'Istituto di Foggia: ma dopo alcuni giorni di latitanza sono stati quasi tutti ripresi. Tutte le morti sembrano riconducibili a ingestione di farmaci e/o metadone, o comunque a cause non riferibili a violenza diretta. Molte sezioni sono andate distrutte e il Dap valuta una riduzione di circa 2.000 posti per lavori da eseguire con urgenza.
Reparti di isolamento e trasferimenti. "Gli istituti stanno attrezzando dei reparti di isolamento sanitario per il monitoraggio soprattutto delle condizioni di salute dei nuovi giunti e dei trasferiti - informa Mauro Palma - attualmente, sono operative 16 sezioni di questo tipo, lungo tutta la penisola, la gran parte di queste sono tuttora vuote; continuano le richieste del personale penitenziario per una maggiore e più strutturata attenzione alla difficoltà del proprio ruolo in questi momenti, con la predisposizione di presidi sanitari adeguati. Riguardo gli incidenti della settimana scorsa, ho chiesto al Dap sia un chiarimento sull'effettiva informazione data alle famiglie delle persone decedute, trattandosi, peraltro, di ben 11 persone straniere su 13, sia sull'effettiva possibilità data alle persone trasferite negli altri istituti di informare i loro riferimenti affettivi circa la nuova assegnazione detentiva".
Il 'Covid-19' dentro: 1 caso certo a Voghera e 10 i positivi. Più inquietante ancora si rivela la notizia del primo caso ufficiale di 'Coronavirus' dentro, segnalato il 17 marzo 2020 a Voghera: i detenuti entrati in contatto con il recluso contagiato sono ora in isolamento; il Dap ha comunicato che 10 persone risultano positive dal 22 febbraio 2020, comunque, una maggioranza di essa non era ancora entrata in contatto con altri reclusi, in quanto nuovi giunti; un giorno prima del primo contagio, il 16 marzo 2020, il Governo diffonde il decreto 'Cura Italia', che pone nuovi vincoli e nuove normative anche sul sistema penitenziario, con la concessione della detenzione domiciliare a chi deve espiare un residuo pena inferiore ai 18 mesi.
Carcere: luogo della complessità culturale. Se è vero che il mondo dall'inizio della pandemia non sarà più lo stesso, o che riprenderà a girare, ma scosso irrimediabilmente e pieno di buchi nuovi, è anche vero che molti dei vecchi buchi sociali non potranno che acuirsi; uno tra i problemi più scomodi della società, è quello carcerario, da ora, lo sarà di più"; i condannati in Italia sono, a oggi, 60.077 calcolati con precisione assoluta e aggiornati quasi ogni minuto, il sovraffollamento c'è ed è preoccupante perché non è uguale in tutte le sezioni e in tutte le regioni: la Puglia, per esempio, è, con Campania e Lombardia, la regione in cui il sovraffollamento è in assoluto più elevato ma questo non è "il" problema delle carceri italiane, ci sono altri numeri e altre questioni che riguardano in parte il carcere e, ripeto, solo in parte il carcere".
Il sistema carcerario non guarda al domani e al fuori. "Il carcere attuale non ha un progetto complessivo, c'è un'innegabile tensione del Dap a far star meglio sia il detenuto, sia chi opera negli Istituti ma è un carcere che rivolge il proprio sguardo sul dentro e sull'oggi; non si pone il problema sul domani e sul fuori, gli ingressi, nell'ultimo anno, rispetto all'anno precedente, sono diminuiti ma, ancor di più, sono diminuite le uscite: a diminuzione degli ingressi, cioè, sono aumentati i detenuti; quindi, aumentano le persone detenute: il tasso di diminuzione degli ingressi, è un tasso di diminuzione più lento del tasso di diminuzione delle uscite: ci sono meno ingressi, ma più gente in carcere, questo perché, a mio avviso, c'è anche un clima culturale che investe meno sulle misure alternative".
"Bisogna investire tecnicamente e culturalmente sulle misure alternative - continua Mauro Palma - perché sono diminuite le uscite e le misure alternative? Il fulcro del problema, a mio avviso, è l'impostazione culturale, e veniamo al punto che non riguarda propriamente il carcere; oggi, 22.881 persone potrebbero avere la misura alternativa perché hanno una pena che va al di sotto dei tre anni. Come mai non stanno fuori? Perché c'è la tensione che investe anche la magistratura, di ricorrere meno alle misure alternative; l'elemento del consenso, la paura delle ripercussioni mediatiche, fanno sì che si faccia sempre meno ricorso a esse, che sarebbero invece molto efficaci. Inoltre, è peggiorata la consistenza sociale delle persone: non tutti i detenuti hanno una casa, anzi, questo problema è crescente"; il nodo della detenzione domiciliare per chi non ha casa.
"Il magistrato, dunque - conclude il Garante nazionale - di fronte a una situazione incerta e a una carenza di strutture. territoriali che diano la possibilità di un'accoglienza controllata e sicura, preferisce non dare la misura; la detenzione domiciliare, e veniamo alle polemiche di questi giorni, come la si dà, se il detenuto non ha una casa?". Con una domanda di fronte alla quale nessuno è in grado di dare risposte concrete, prima e durante il virus, il gruppo di lavoro sull'Amministrazione penitenziaria sta provando a dare una regola a quest'oggetto invisibile e anarchico che è il virus.

Aggiornato il: 24/06/2020