Braccialetti elettronici

Roma (L'Espresso - Maurizio Tortorella), 1 aprile 2020

Vent'anni di scandali

La prima gara risale al 2001 e da allora sono stati spesi oltre 200 milioni di euro. E adesso che i dispositivi dovrebbero essere utilizzati per decongestionare le carceri sono sempre introvabili. C'è voluto il Coronavirus, perché il governo se ne accorgesse. Soltanto oggi il ministero dell'Interno scopre che c'è qualche problema con i braccialetti elettronici per il controllo a distanza dei detenuti.
Anche il ministero della Giustizia si rende conto che non bastano, ma solo quando la paura del contagio rischia di scatenare rivolte carcerarie, come quella di due settimane fa, che ha lasciato 14 morti tra i detenuti, 50 feriti tra gli agenti della Polizia penitenziaria e almeno 35 milioni di danni.
Per tamponare l'emergenza 'Covid-19' nelle prigioni italiane, dove oltre 61mila detenuti travolgono una "capienza regolamentare" che ne prevede 50mila (ma i posti veri sono 47mila, e molti sono inagibili per le rivolte), e dove il contagio lambisce agenti, operatori e medici, il decreto 'Cura Italia' del 18 marzo 2020 ordina di fare uscire oltre 6 mila condannati, i meno pericolosi tra quanti devono scontare residui di pena tra sei e 18 mesi di reclusione. Dovrebbero trascorrerli agli arresti domiciliari, quindi per monitorarli servirebbero migliaia di poliziotti, oppure i braccialetti elettronici. Li chiamano così, in realtà sono cavigliere: 50 grammi di plastica anallergica, più una batteria e un chip. Collegate a una centrale operativa, rilevano in tempo reale dove sia la persona che le indossa. C'è un problema, però, perché è vero che l'Italia ha cominciato ad acquistare i dispositivi nel 2001, quando il ministro dell'Interno Enzo Bianco ne avviò la sperimentazione. Ma 19 anni dopo sono pochini, i braccialetti, l'ammette lo stesso governo, nero su bianco, nella Relazione tecnica allegata al decreto 'Cura Italia': "Al momento - vi si legge  - e fino al 15 maggio 2020, risultano disponibili 2.600 dispositivi". Il punto è che in gran parte dovrebbero essere usati per gli indagati in custodia cautelare, non per i condannati. Quindi non basteranno nemmeno per iniziare a decongestionare le carceri.
Da 19 anni l'Italia sopporta l'indecorosa storia dei braccialetti fantasma: una sceneggiata che fin qui è costata 200 milioni di euro tra convenzioni e appalti. Con quella cifra, più di dieci milioni l'anno, oggi i congegni dovrebbero essere decine di migliaia, tutti attivi. C'è solo da sperare che il numero indicato oggi dal governo (2.600) sia reale. Ma è legittimo dubitarne perché ancora l'8 marzo 2020 il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini non aveva la più pallida idea di quanti fossero i braccialetti: "Non è un dato in mio possesso" rispondeva in un'intervista a Radio radicale. E aggiungeva: "Non è un dato fruibile", cioè disponibile. Ma se non è disponibile per lui; più che una storia, quello dei braccialetti è uno scandalo a puntate, denunciato più volte anche dal periodico Panorama.
È una storia che comunque comincia male fin dall'inizio, visto che il primo detenuto "sperimentale", un peruviano condannato per traffico di droga, si dà alla macchia due soli mesi dopo che lo strumento di controllo gli viene stretto alla caviglia. È una storia di convenzioni "segretate" dai ministri dell'Interno che si succedono, e per due volte affidate senza gara alla Telecom. Nel dicembre 2011 l'appalto viene confermato fino al 31 dicembre 2018 da Annamaria Cancellieri, che è al Viminale con Mario Monti. Il prezzo è 9 milioni l'anno, altri 63 in totale.
La scelta provoca polemiche nel 2012, quando in Parlamento l'estrema sinistra accusa la Cancellieri di conflitto d'interessi: pochi mesi prima il figlio del ministro è stato assunto da Telecom a capo del settore amministrazione, finanza e controllo. Poi, come spesso accade in Italia, tutto scompare, evapora, s'inabissa. Resta lettera morta anche una dura censura della Corte dei conti, nel settembre 2012. Sui braccialetti, la Corte accusa il governo non solo per la mancata gara, ma anche per lo spreco di denaro pubblico: "La spesa - scrive - è stata elevatissima a fronte dei veramente pochi dispositivi utilizzati".
A quella data, dalle casse dello Stato sono usciti 106 milioni di euro, e in base agli accordi i braccialetti attivi dovrebbero essere circa 2.400. Se fosse così, la spesa media per dispositivo sarebbe a dir poco siderale: 44 mila euro. Ma non è così, è molto peggio. I giudici contabili scrivono che "i dispositivi utilizzati sono veramente pochi: solo 14, parrebbe". Passano altri anni. I governi insistono a versare milioni, ma i braccialetti non aumentano. Si deve aspettare l'estate del 2016 perché venga indetta una gara europea. La vince nel 2017 Fastweb per altri 23 milioni. In cambio garantisce una fornitura di 1.000-1.200 dispositivi al mese fino al dicembre 2021. L'aggiudicazione definitiva è dell'agosto 2018 e la fornitura potrebbe partire dall'ottobre successivo. Tutto risolto, allora? Macché, si perdono ancora il 2018 e il 2019 perché la commissione di collaudo del sistema viene nominata con ritardo. Il 28 novembre 2019 l'Unione degli avvocati penalisti protesta: "Nonostante mille rassicurazioni, la commissione non è stata ancora nominata".
E siamo a oggi. Il governo, letteralmente, dà i numeri: nella Relazione tecnica, allegata al decreto 'Cura Italia', da una parte scrive che "risultano disponibili 2.600 dispositivi fino al 15 maggio", ma poche righe prima si legge che grazie alla convenzione con Fastweb "fino all'8 marzo 2020 ne sono stati attivati circa 5.200" in 15 mesi. È scettica Rita Bernardini, l'ex parlamentare radicale che è presidente di 'Nessuno tocchi Caino', l'associazione a difesa dei detenuti: "Com'è possibile - si domanda - se il collaudo non è ancora stato completato?".
Il mistero dei braccialetti, insomma, continua. Come non bastasse, la Relazione al decreto accenna ad altre spese, in apparenza diverse dai 7,7 milioni annui della convenzione con Fastweb. Per sostenere oneri relativi a "noleggio, installazione, gestione e manutenzione di strumenti tecnici di controllo delle persone sottoposte all'arresto o alla detenzione domiciliari", si legge che il Viminale stanzia 11,2 milioni per il 2020, 21,2 per il 2021, e 21,2 per il 2022. Forse servono per le stazioni di Polizia cui sono collegati i braccialetti, ma allora lo Stato paga due volte per i dispositivi che non usa?