Antigone, rischio focolai

Roma (Agi - Simona Olleni), 11 agosto 2020

Ancora troppi ristretti in carcere 

Il sovraffollamento carcerario è sceso al 106 per cento dopo le misure anti 'Covid-19'; allarme per i suicidi, già 34 nel 2020 e le presenze in carcere: a fine luglio 2020 si attestano a 53.619 unità dopo le misure adottate a marzo 2020 con il decreto 'Cura Italia', mentre il tasso di affollamento ufficiale si ferma al 106,1 per cento (era del 119,4 per cento un anno fa), ma in 24 Istituti penitenziari supera il 140 per cento e in 3 di questi si supera il 170 per cento (Taranto, Larino e Latina).
È quanto emerge dal rapporto di metà anno sulle carceri dell'associazione Antigone, la quale rileva che il tasso di affollamento nazionale è superiore a quello ufficiale in quanto alcune migliaia di posti letto non sono attualmente disponibili a causa della chiusura di alcuni reparti (in un anno le presenze sono calate in media dell'11,7 per cento), ma il dato a livello regionale è molto disomogeneo: -19,8 per cento in Emilia-Romagna, -15,2 per cento in Campania, -13,9 per cento in Lombardia, -11,0 per cento in Piemonte, -7,4 per cento in Sicilia, -7,3 per cento in Veneto.
Per evitare il rischio che le carceri "possano trasformarsi nelle nuove Rsa e che a settembre diventino nuovi focolai, bisogna andare avanti con politiche dirette a ridurre la popolazione detenuta - sottolinea il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella - in particolare, per assicurare il distanziamento fisico, la soluzione proposta sta nel ricorso alle misure alternative".
Nel dossier si osserva che vi sono oltre 13mila persone detenute che per preclusioni di varia natura permangono in carcere nonostante un residuo di pena basso: al 20 maggio 2020 in 962 avevano una condanna inferiore a un anno, mentre al 30 aprile 2020 12.519 persone detenute dovevano scontare una pena o un residuo di pena inferiore ai 3 anni.
I casi totali di detenuti positivi al 'Covid-19' fino al 7 luglio 2020 erano 287: secondo Antigone, si tratta di "un numero contenuto, ma da non sottovalutare, in rapporto al totale della popolazione detenuta, infatti, è superiore al tasso di contagio del resto del Paese".
Focolai si sono riscontrati a Saluzzo, Torino, Lodi (detenuti poi trasferiti a Milano), Voghera, Piacenza, Bologna e Verona, con lunghi decorsi della malattia che hanno raggiunto anche i tre mesi.
Per il Coronavirus hanno perso la vita in tutto 4 detenuti, 2 agenti di polizia penitenziaria e due medici.
Al 20 maggio 2020 le persone andate in detenzione domiciliare durante l'emergenza sanitaria sono state 3.379: di queste a 975 era stato applicato il braccialetto elettronico, braccialetti elettronici che sono molti meno di quelli promessi nell'accordo tra i ministeri dell'Interno e della Giustizia (300 a settimana) "a conferma che si tratta di una misura costosa e di difficile applicazione"; i detenuti semi-liberi a cui è stata estesa la licenza sono stati 561.
Sono 34 i suicidi avvenuti in carcere fino al 1 agosto 2020 (l'anno scorso erano stati 26), il rapporto cita i dati del Garante nazionale: per 30 di questi (su quattro non ci sono dati) nel 60 per cento dei casi (18) si tratta di italiani e nel 40 per cento dei casi (12) di stranieri; il 20 per cento (6) aveva tra i 20 e i 29 anni, tra i 30 e i 39 anni il 43 per cento (13), per entrambe le fasce d'età tra i 40 e i 49 anni il 17 per cento (5 e 5 con il detenuto più anziano che aveva 60 anni).
Il 40 per cento (12) dei suicidi è avvenuto in un Istituto penitenziario del Nord, il 36 per cento (11) al Sud e il 23 per cento (7) al Centro; a gennaio, marzo e aprile 2020 sono avvenuti 9 suicidi, a febbraio e a luglio 2020 12 mentre a maggio e a giugno 2020 rispettivamente 4 e 5 (il metodo prevalente per togliersi la vita è sempre quello dell'impiccamento: 26 persone).
I dati al 30 aprile 2020 indicano un forte aumento - causato dagli eventi dei primi mesi del 2020 - delle rivolte, che passano dalle 2 degli anni passati alle 37 di quest'anno; per lo stesso motivo, gli isolamenti sanitari (1.567) sono quasi quattro volte il numero degli isolamenti sanitari messi in atto l'anno precedente (425); stesso discorso per le manifestazioni di protesta collettiva (859) che sono i tre quarti di tutte le manifestazioni collettive dell'anno scorso (1.188).
In proporzione risultano più alti i numeri delle aggressioni fisiche al personale di Polizia penitenziaria (311 rispetto alle 827 del 2019), 220 rispetto ai 488 del 2019 e di altre manifestazioni di protesta individuale (4.388 rispetto ai 12.146 del 2019).
"Sono ripresi, ovunque, i colloqui in presenza tra i detenuti e i loro familiari dopo la sospensione per l'emergenza 'Covid-19' - lo riferisce l'associazione Antigone, che ha effettuato un monitoraggio su 30 carceri del Paese - solo in sei tra gli Istituti penitenziari monitorati ci si è limitati alla misura minima prevista dalla legge, ossia a un colloquio al mese; nel 60 per cento la ripresa dei colloqui è stata più ampia, consentendo generalmente due colloqui al mese, effettuati adottando diverse misure di prevenzione (separazioni in plexiglass, mascherine, controllo della temperatura), ma varia significativamente il numero delle persone ammesse: molto spesso è consentito l'accesso a un solo familiare e nonostante la ripresa dei colloqui, in 19 Istituti penitenziari (pari al 63 per cento) si continua a concedere telefonate oltre i limiti in vigore prima della pandemia".
Quanto alle video-chiamate, sostanzialmente vengono effettuate ancora in tutti gli Istituti penitenziari (86,7 per cento) dove sono divenute alternative ai colloqui con i familiari, cumulabili con questi e conteggiati nel numero massimo di colloqui consentito: in pratica sta ai detenuti e ai loro familiari decidere se preferiscono fare il colloquio in presenza o con una video-chiamata. Nella maggior parte sono riprese anche le attività che presuppongono l'ingresso di persone dall'esterno.
Quanto ai permessi variano molto le misure adottate al rientro in carcere: in alcuni Istituti penitenziari, al rientro vengono effettuati 14 giorni di quarantena "cosa che - osserva Antigone - scoraggia i detenuti a usufruire dei permessi" oppure vengono sottoposti al tampone il cui esito arriva nell'arco di qualche ora e a questo punto, se negativi, rientrano in sezione.
I detenuti presenti in carcere con una condanna definitiva superiore ai 10 anni - ergastolani inclusi - erano a fine giugno 2020 (pari al 29,8 per cento), mentre al 30 giugno 2020 erano 7.262 i detenuti reclusi per associazione mafiosa (416 bis): 128 erano donne e 176 stranieri; al 6 novembre 2019 - ultimo dato ufficiale disponibile - le persone al 41 bis erano 747 (735 uomini e 12 donne), a cui occorre aggiungere 7 internati, per un totale di 754 persone distribuite in 11 Istituti penitenziari, con una sola sezione femminile e una casa di lavoro per persone in misura di sicurezza.
Il 19,1 per cento ha un residuo di pena inferiore a un anno, mentre il 52,6 per cento deve scontare meno di tre anni (percentuali che salgono molto per i detenuti stranieri, arrivando rispettivamente al 26,3 per cento e al 66,6 per cento).
Aumenta anche l'età media. I detenuti con più di 50 anni erano il 25,2 per cento a fine giugno 2019 mentre un anno dopo erano il 25,9 per cento.
Continua a calare il numero dei detenuti in carcere condannati in via definitiva, ma aumenta quello delle persone in custodia cautelare "segno che sono tornati ad aumentare gli ingressi in carcere - sottolinea l'associazione - a fine luglio 2019 erano il 68,6 per cento (il 64,5 per cento tra gli stranieri); a fine aprile 2020 erano calate notevolmente le presenze in carcere: i definitivi erano il 68,8 per cento dei presenti (il 66 per cento stranieri), nonostante le misure deflattive previste riguardassero solo i detenuti con una condanna definitiva, la percentuale di persone in custodia cautelare in questo intervallo era addirittura leggermente calata: a fine luglio 2020 aveva una condanna definitiva il 66,8 per cento dei ristretti (il 64,8 per cento stranieri)".
Sono 17.510 gli stranieri in carcere al 30 giugno 2020 - con una percentuale pari al 32,7 per cento - al 30 giugno 2020 erano 5 gli Istituti penitenziari con il maggior numero di detenuti stranieri erano: la Casa circondariale di Torino, quella di Firenze Sollicciano, quella di Roma Regina Coeli, quella di Roma Rebibbia (Nuovo complesso) e quella di Milano San Vittore (514 detenuti stranieri, pari al 59,2 per cento.