Pos-Session , una mostra in Triennale

Milano (Corriere della Sera - Elisabetta Andreis), 23 luglio 2019

A San Vittore le detenute fotografano la loro libertà

"Decidere di farmi fotografare è stata una scelta difficile, vuole dire che , grazie al percorso di recupero fatto in carcere, non ho più paura dello sguardo degli altri, anzi, adesso quello sguardo mi serve per rinascere. Voglio essere riconosciuta per come sono oggi, non per quello che ho fatto ieri".
Elisa, 37 anni, origini siciliane, parla dal cortile di San Vittore. Di fianco a lei c'è Elena, 40 anni, originaria del rione Villa San Giovanni di Napoli, occhi celesti e malinconici, pelle tatuata, 16 anni passati in cella, alcuni anche insieme alla madre che non ce l'ha fatta e ha lasciato un drammatico vuoto. Chiede: "A cosa serve rieducarsi se nessuno ti vede per come sei cambiata, per la persona nuova che sei?".
Riflettono, queste donne. Le loro domande ci arrivano dirette. La loro storia diventa testimonianza. "Solo attraverso lo sguardo degli altri ci specchiamo in noi stesse e capiamo davvero le nostre potenzialità", dice ancora Elena. In fondo chiede aiuto, un po' di autostima è quello che serve per reinserirsi nel mondo.ma la fiducia è il bene più difficile da conquistare. L'uscita dal carcere fa anche paura, abbiamo gli strumenti per capirlo, noi che siamo fuori? "Bisogna guardarlo, conoscerlo, il mondo del carcere, è indispensabile la cultura - spiega il direttore Giacinto Siciliano - qui si impara, si cambia, ci sono persone che lavorano, uno Stato che si impegna, questi sforzi, faticosi, bisogna valorizzarli. Il mio sogno sarebbe che i muri di cinta del carcere diventassero trasparenti e  facessero vedere le persone che ci abitano".
L'osmosi tra fuori e dentro è utile a tutti, non solo a chi è ristretto. Lo scambio tra umani arricchisce. Della detenzione femminile, in particolare, non si parla mai (le donne sono pochissime, poco più del cinque per cento). Ecco, allora, che lo sguardo diventa il cuore di un progetto unico nel suo genere, primo in Italia. Attraverso la fotografia otto detenute - tra cui Elisa ed Elena - escono allo scoperto, un vero e proprio set ha invaso il reparto femminile. La regista Cinzia Pedrizzetti le ha immortalate in magnifici ritratti dentro la loro casa temporanea: la cella.
Giacinto Siciliano e il direttore della Triennale, Stefano Boeri hanno stretto una alleanza, le foto sono state esposte in viale Alemagna e sempre lì questa sera, grazie a un permesso speciale, quelle stesse donne scortate dagli agenti della Polizia penitenziaria, prima dello spettacolo teatrale 'Diarios de Frida. Viva la vida', diretto da Donatella Massimilla del Cetec, scatteranno a loro volta ritratti ai milanesi.
"Voglio dimostrare che in carcere ho acquisito uno sguardo nuovo su me stessa, ma anche sulle persone che mi vengono vicine - riprende Elisa - mettetemi alla prova, ho imparato a trasmettere il mio punto di vista".
Ha avuto una vita difficile tutta disorientata, come dice lei. "Non avevo gli strumenti per ricominciare, meno male che mi hanno preso in carcere, meno male che sono qui dentro", continua.
Ascoltandola cambia la prospettiva, quello che nella nostra testa è uno spazio angusto che toglie il fiato (la cella) nel percorso di chi vive in carcere può diventare addirittura spazio di libertà, in alcuni momenti. "Sono entrata in cella con rabbia e spavento, in più di 14 anni di carcere non era cambiato nulla dentro di me, l'ultimo anno ha fatto il miracolo - conclude Elena - a San Vittore ho capito la gravità dei reati che ho commesso, ho imparato ad accettare ciò che ho fatto ripromettendomi di non farlo mai più e attraverso il teatro e la fotografia ho scoperto una risorsa straordinaria: la creatività per comunicare. Ho guadagnato la consapevolezza - continua - che chiunque potrebbe essere al mio posto, conquistato ai miei stessi occhi un po' di dignità". Si guarda la spalla, ha tatuata la strofa di una canzone dei Moda: 'Come l'acqua/dentro il mare'. "Inizia con la lettera C e mio padre si chiamava Ciro, finisce con la E come Elena, nella mia vita non voglio più momenti di rottura, voglio continuità, voglio essere serena".
Pare banale? Non lo è.

Aggiornato il: 07/04/2020