"Io e Bach dietro le sbarre"

Milano (Corriere della Sera - Enrico Paola), 6 giugno 2019

Parte da San Vittore la tournée della pianista Maria Cefalà

Una tournée tutta dedicata a Bach non sarebbe certo una notizia, ma destano più impressione che curiosità i luoghi che Maria Cefalà toccherà fino al 6 luglio: tutte carceri.
La pianista milanese è partita dal carcere della sua città, San Vittore, poi farà tappa a Pavia, Brescia, Poggio Reale e Vigevano; ogni volta un recital di un'ora circa, preceduta da un'introduzione sul tema della bellezza tenuta da personalità legate alla cultura e alla spiritualità; e anche lei, oltre a suonare, racconterà ai detenuti la figura del sommo Johann Sebastian, la sua vita e la sua musica.
"L'idea è stata di Arnoldo Mosca Mondadori, un uomo che crede fortemente in ideali come bellezza, umanità, verità; i concerti sono organizzati dalla sua fondazione, la Casa dello Spirito e delle Arti". Facile pensare che gli stati d'animo con cui Cefalà affronta queste platee così insolite non siano gli stessi suscitati da un teatro o una sala da concerto: "All'inizio - racconta - ero terrorizzata. Non sapevo cosa aspettarmi, ma mi ha da subito confortato la fiducia di Arnoldo nella capacità della bellezza di parlare a tutti e di toccare tutti i cuori, anche quelli che ci sembrano più induriti e lontani da una certa sensibilità. Questo genere di sfida è quanto di più vicino a come intendo io la musica e l'attività del concertista. Per me la musica non è un passatempo per le élite, non mi è mai piaciuto il rito del concerto con i musicisti in livrea e la platea elegante; io sono per circuiti alternativi, per allargare i confini e toccare chi normalmente non ascolta orchestre o pianoforti".
Una tale visione, ma si potrebbe parlare quasi di vocazione, deriva dalla storia di Cefalà, classe 1989. "Sono nata a Milano e ho studiato alla Civica; mi sono diplomata con lode a 21 anni, ma da privatista perché già le aule e i corridoi del Conservatorio mi stavano stretti: per me l'arte è condivisione e gioia per suonare assieme, lì invece c'erano competizione e invidia. Appena dopo il diploma ho avuto un grosso problema ai nervi e non riuscivo più a suonare: ci ho provato ma niente, la situazione peggiorava inesorabilmente e ho dovuto smettere completamente per tra anni". Tre anni, confessa la pianista, vissuti malissimo. Crisi totale. Il problema nervoso che interessava le mani è diventato un problema di nervi generale; le confesso senza vergogna che ho anche pensato di buttarmi giù da una finestra, non vedevo più un futuro".
A farla ripartire è stato il desiderio di suonare. Però è stata dura: ci ho messo due anni a tornare a un livello dignitoso, e quando ce l'ho fatta, mi dicevano che ormai ero vecchia per far carriere. A 24 anni: un'età che in quasi tutti gli ambiti lavorativi appartiene ancora alla verde giovinezza. "Già, il concertismo ha le sue leggi e i suoi tempi. Poi, per fortuna, ho trovato come insegnante Anna Kravchenko, che è rimasta colpita da come suonavo Bach e mi ha spinto ad approfondirlo. Da lì sono ripartita, senza pensare a concerti o carriera; ho continuato a insegnare pianoforte alla scuola francese a Milano e pian piano ho ricominciato a suonare davanti alla gente, ma spesso per un pubblico particolare. Certo, non così particolare come i carcerati, però comunque in contesti dove la musica non è mai fine a se stessa, ma rientra in una visione più ampia di che cosa sia la bellezza".
Mai abbandonare i sogni. Nelle carceri porta Bach: "Partite, Invenzioni a due voci, il Concerto italiano. Dico qualcosa sulla vita di Bach, ma di volta in volta è guardando in faccia le persone che capisco cosa raccontare".