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    Gli interventi successivi


    Dal 1933 al 1945


    L'edificio viene inaugurato in occasione della V Triennale, coincidenza importante con lo spostamento dell'evento da Monza a Milano. Nel 1933 vengono realizzati, come allestimento temporaneo, gli archi progettati da Sironi di fronte al porticato a chiusura prospettica della terrazza verde ed una vasca d'acqua al piano parco che nello stesso anno vengono però demoliti con la chiusura della manifestazione. In questi anni il Palazzo vive una intensa vita fatta di eventi culturali e celebrazioni che vedono quale grande protagonista anche il suo spazio all'aperto.

    Con le edizioni successive viene realizzata una serie di padiglioni e di opere, manifesto delle avanguardie artistiche dell'architettura e della tecnologia del tempo, disseminati all'interno del Parco Sempione e destinati col tempo ad essere smantellati proprio per il loro carattere di estemporaneità. Alcune realizzazioni sopravvivono alle edizioni dell'evento ma non ai bombardamenti della sopraggiunta guerra mondiale, come è il caso del padiglione di Pagano, costruito nel 1936, che si collegava direttamente alla parte ad emiciclo del piano terreno tramite un passaggio coperto, anch'esso successivamente demolito poichè pericolante. All'interno, in occasione della VII Triennale, lo stesso Muzio realizza nel 1940 i setti di marmo che separano le scale che scendono dal vestibolo verso il foyer, dalla rampa centrale che sale al primo piano. Non si ritiene opportuno rimuoverli e diventano parte integrante del progetto.


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    Dalla ricostruzione del dopoguerra al 1968




    Durante la parentesi bellica l'edificio subisce le ferite dei bombardamenti aerei avviando subito dopo il processo di restauro e ricostruzione. Nel 1946 è però vittima di sostanziali interventi interni che portano ad una prima separazione tra area espositiva, sotterranei e teatro ed alla chiusura orizzontale dell'impluvium tramite una soletta che ne dimezza bruscamente l'altezza oltre che negare lo sfogo verticale. Muzio concepisce il cortile interno e l'impluvium come "giardino d'inverno" e "cascata di luce" nel cuore del Palazzo dell'Arte. Questa modifica altera in modo radicale il rapporto tra spazio interno e spazio esterno, trasformando il luogo in un corpo opaco e annullando gli intenti del progettista di trovare nella luce naturale e nella percezione dell'esterno il suo maggior significato poetico. I due interventi provocano, in pratica, la distruzione della parte più suggestiva, più rappresentativa, anche se forse meno funzionale, dell'intero Palazzo. Nella metà degli anni '50 viene definitivamente separato il piano seminterrato dalle aree espositive, rendendo indipendente il teatro ed introducendo una balera negli spazi destinati ai servizi, con ingresso da viale Alemagna.
    Il ristorante funziona in modo autonomo, con aperture principalmente correlate alle edizioni della manifestazione, occupando lo stesso spazio fino alla sua definitiva scomparsa nel 1993. Nel 1962 segue un secondo intervento, ancora più invasivo, apertamente e senza termini disapprovato dallo stesso Muzio, consistente nella costruzione di una scala di collegamento in cemento armato realizzata in stile brutalista, nel vano del cortile interno e usata in occasione della XIII Triennale.
    Durante i fatti del '68, il Palazzo viene occupato da un gruppo di contestatori subendo sfregi ed oltraggi fino allo sgombero da parte delle forze dell'ordine.

    A questi eventi si sommano il lento ma costante degrado dovuto alle eccessive sovrastrutture addossate durante le varie manifestazioni, il successivo mancato ripristino degli ambienti, i lunghi periodi di inattività e la pitturazione in nero di pareti, soffitti e vetrate per oscurare i locali.






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    Dalla ristrutturazione alla fine degli anni '90

    Il Palazzo chiude dopo il 1968 e alla sua invocata riapertura nel 1979 porta ancora addosso le cicatrici del suo recente passato. Nel 1982 viene dato il via ad un'operazione di restauro e ristrutturazione generale che interessa tutto l'edificio dalla copertura ai magazzini. In quest'occasione viene chiuso il vano lasciato dal precedente cortile interno, occupato dalla scala in cemento e da impianti di ventilazione, vengono apportate ulteriori modifiche al teatro e riaperti alcuni spazi e collegamenti sopra il salone d'onore di cui si era persa memoria. Di quest'epoca è anche la realizzazione delle scale di sicurezza esterne in carpenteria metallica. Tra il 1983 ed il 1988 il Palazzo viene impegnato dalla Triennale con continuità da più cicli espositivi nell'arco dello stesso anno ma l'apertura permanente si ha solo dopo il 1993, con la riforma che da all'ente la disponibilità esclusiva degli spazi e dopo che il Comune di Milano si prende carico del suo risanamento. In quest'anno ed in quello successivo viene recuperato lo spazio che dovrebbe essere destinato a biblioteca, invece occupato dall'ingresso del dancing, accanto a quello del teatro. Scompare il ristorante e parte dello spazio liberato viene occupato dallo stesso dancing che si trasferisce ed al quale viene dato in uso anche il portico e la parte esterna compresa tra i suoi bracci. Vengono recuperati alcuni uffici al primo piano, precedentemente occupati dalla disciolta Fondazione Bernocchi e viene suddivisa la superficie espositiva secondo tematiche a carattere temporaneo o permanente (la galleria dell'architettura, il museo del design, la galleria della grafica e della fotografia). Per ciascuno spazio viene affidato un incarico ad un progettista diverso; Gae Aulenti interviene nella galleria mentre su progetto di Umberto Riva vengono risistemati l'ingresso ed il vestibolo, l'ex impluvium, il bar e la libreria. Di Angelo Cortesi invece è il progetto della galleria della grafica e della fotografia, realizzata al piano parco al posto della sala principale dello scomparso ristorante.


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    2002 : l'intervento di Michele De Lucchi


    Nel 2002 viene incaricato Michele De Lucchi per dare al Palazzo della Triennale un nuovo assetto distributivo ed una veste che gli restituiscano autenticità e si riconcilino con il progetto originario di Muzio. Impressionano l'ariosità e la trasparenza usate da De Lucchi, che sono proprio gli elementi necessari affinché riappaia la straordinaria architettura dell'autore. Vengono ripensati un nuovo atrio, nuove biglietterie con guardaroba, un nuovo bookshop, un coffee shop e nuove aree espositive destinate ad eventi temporanei. Nonostante i rimaneggiamenti e le mutilazioni operate negli anni precedenti, De Lucchi riesce a ricomporre le relazioni spaziali tra gli ambienti, generando un sistema di fughe prospettiche aventi come origine il vestibolo.

    Dall'ingresso si passa ad un unico ambiente trasversale semplice ed ordinato dove sono disposti il guardaroba da un lato e le biglietterie dall'altro. Oltre, si accede nell'atrio e da qui nel bookshop, nel coffee shop, nelle gallerie espositive o al piano superiore risalendo lo scalone. Il bookshop viene accolto nello spazio dell'impluvium che torna a far parte di un unico grande spazio centrale; al suo interno è organizzato semplicemente da pochi grandi tavoli quadrati direttamente e puntualmente illuminati ciascuno da una lampada. Il coffee shop occupa invece lo spazio sul fondo che affaccia sul portico e sul parco, liberando la vista e la percezione del visitatore al di là del luogo ove fisicamente si trova. L'allestimento è molto pulito e semplice e vi trova spazio anche una breve esposizione di oggetti di design, ordinati su un'alta pedana direttamente visibile dall'atrio. Il sapiente lavoro di recupero ha ripulito le pareti dalle cicatrici del tempo, occultando o eliminando ove possibile gli impianti, rasandole a gesso ed imbiancandole. Così anche la scelta dei corpi illuminanti si è rivolta ad apparecchi quanto più integrati e rispettosi dell'architettura di Muzio. Questo primo intervento di Michele De Lucchi fa parte di una logica più ampia di pulizia formale e riduzione di ingombri permanenti, perché, come dice lo stesso De Lucchi: "fa parte della sensibilità contemporanea godere di spazi liberi, aperti, semplici, dove la funzionalità meglio si combina con l'emozione".


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