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    Il design italiano

    "La storia del Design Italiano sarà presentata non solo attraverso un paesaggio domestico di oggetti ma anche attraverso un contributo filmico–architettonico di Peter Greenaway (Che cosa è il Design Italiano) e di registi italiani che interpreteranno le ossessioni del design Italiano:



    Antonio Capuano (Napoli, 1945)
    Regista italiano
    Pittore e scenografo, esordisce nel lungometraggio nel 1991 con Vito e gli altri, uno spietato e disperato racconto sulla vita di alcuni adolescenti napoletani, fra prostituzione, droga e malavita. Del 1996 è Pianese Nunzio14 anni a maggio, storia di pedofilia che coinvolge un prete in un quartiere degradato di Napoli, città che è ancora protagonista di Polvere di Napoli (1998), uno sguardo incantato su un microcosmo attraversato da squarci surreali e da un tono onirico, che segnano una svolta nel suo linguaggio. Con Luna rossa (2001) tenta invece di trasferire Shakespeare e la tragedia greca nel mondo kitsch e iperrealista della camorra napoletana, attraverso una vicenda di faide e incesti autodistruttivi che ambisce a tracciare un’ironica e amara antropologia del potere.

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    Pappi Corsicato (Napoli, 1960)
    Regista italiano
    Con il suo esordio cinematografico, Libera (1993), sullo sfondo di una Napoli multiforme e irreale, racconta tre storie di donne che sono tre fumettistiche rivisitazioni di generi popolari come la sceneggiata, la telenovela e il fotoromanzo. Il successivo I buchi neri (1995) è una strana favola di matrice mitologica e magica e trasfigura un amore di periferia. Influenzato da Pedro Almodóvar, di cui è anche stato assistente, il linguaggio di Corsicato è un colto miscuglio di influenze basse e erudite, sempre in bilico fra l’intelligenza del paradosso e la burla dai colori accesi. Il suo stile particolarissimo rivive anche in Chimera (2001) interpretato dalla prediletta Iaia Forte dedicato a una coppia in crisi che cerca di, attraverso nuovi incontri e scambi di identità, di ritrovare l’amore perduto.

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    Davide Ferrario (Casalmaggiore, Cremona, 1956)
    Regista e sceneggiatore italiano
    La lunga militanza nella critica e nella distribuzione cinematografica (con Lab80 di Bergamo) lo pone in stretto contatto con numerosi registi indipendenti d’oltreoceano, da subito modello di stile e ispirazione produttiva. Dopo alcune sceneggiature (l’esordio è con Quarantacinquesimo parallelo, 1986, di A. Concari), debutta nella regia con La fine della notte (1989), piccolo road-movie sulla tragica notte brava di due ragazzi di provincia. Dopo la parentesi come romanziere, realizza un cinema lontanissimo- per stile e per ritmoda certa asfissiante produzione italiana media, si tratti di consapevoli rielaborazioni dei generi tradizionali (il mélo ribaltato in commedia grottesca con risvolti surreali in Anime fiammeggianti, 1994; la commedia di viaggio in Figli di Annibale, 1998) o di ritratti generazionali non privi di onesta indignazione (Tutti giù per terra, 1997, tratto dal romanzo di Giuseppe Culicchia). Con Guardami (2000), ispirato alla vita della pornostar Moana Pozzi, tenta un’esplorazione senza falsi pudori del mondo del cinema pornografico che gli costa il rifiuto del pubblico e l’ostilità della critica. Dopo qualche anno di sofferto ostracismo, torna dietro la macchina da presa nel 2004, prima dirigendo Luciana Littizzetto in un’amabile commedia gialla dai toni satirici Se devo essere sincera (2004), poi realizzando un’elegante e romantica commedia con venature metalinguistiche (Dopo mezzanotte, 2004) in buona parte girata nel Museo del Cinema di Torino. È anche un apprezzato documentarista: in Materiale resistente (1995) le immagini d’epoca della resistenza partigiana sono accompagnate da una colonna sonora rock e rap.

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    Daniele Luchetti (Roma, 1960)
    Regista e sceneggiatore italiano
    Nel 1988 debutta nella regia con Domani accadrà, curioso film ambientato nella Maremma del 1848. Dopo La settimana della sfinge (1990), ottiene un grande successo con Il portaborse (1991), velenoso ritratto del malcostume politico italiano e dell’arroganza del potere, interpretato da N. Moretti che, come produttore, lo aveva fatto esordire. Ancora intrecci tra politica e corruzione sono al centro dell’irrisolto Arriva la bufera (1993), cui segue La scuola (1995), racconto grottesco e amaro sulla vita dietro le cattedre che L. padroneggia con sicuro mestiere e senza mai cadere in ovvietà narrative o di caratterizzazione. Nel 1998 traspone per il grande schermo il romanzo di L. Meneghello I piccoli maestri, provando a raccontare da un’angolazione inedita la Resistenza e la vita di alcuni partigiani. Nel 2002 gira Dillo con parole mie, commedia sentimentale sulla sessualità femminile scritta a quattro mani con la moglie S. Montorsi.

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    Mario Martone (Napoli, 1959)
    Regista italiano
    Grande protagonista della scena sperimentale del teatro italiano, esordisce al cinema realizzando Morte di un matematico napoletano (1992), onirica istantanea degli ultimi giorni di vita dello scienziato partenopeo Renato Caccioppoli, morto suicida. Dopo il mediometraggio di ispirazione teatrale Rasoi (1993), Napoli è ancora protagonista di L'amore molesto (1995) suggestivo ritratto femminile nel quale la città, la memoria e il corpo si fondono in un’atmosfera di torbida sensualità. Nel 1998 dirige Teatro di guerra (tratto dalla sua messa in scena de I sette contro Tebe di Eschilo) in cui il teatro incrocia la realtà contemporanea e la dolorosa cronaca della guerra nella ex Iugoslavia. Dall’omonimo romanzo di Goffredo Parise è tratto invece L'odore del sangue (2004) gelida e inquietante radiografia dell’autodistruzione di una coppia borghese.

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    Ermanno Olmi (Treviglio, Bergamo, 1931)
    Regista italiano
    Nato in una famiglia contadina del bergamasco, dopo la morte del padre si trasferisce a Milano dove studia all’Accademia di arte drammatica e viene assunto alla Edison Volta. Per la sezione cinema dell’azienda, da lui medesimo fondata, intraprende un’intensa attività di documentarista (1953-61), mostrando gli ambienti del lavoro tecnico-industriale senza retorica (La diga sul ghiaccio, 1953; Tre fili fino a Milano, 1958). L’attenzione per la poesia dei gesti e dei volti della gente comune gli fornisce l’ispirazione per l’esordio del lungometraggio di finzione, Il tempo si è fermato (1959), scabra cronaca delle monotone giornate dei due guardiani invernali di una diga, un anziano operaio e un giovane studente, girato in presa diretta e con attori non professionisti, non a caso iniziato come documentario. Il successivo ll posto (1961, premo della critica a Venezia) racconta le prime esperienze di un giovane della provincia milanese nel mondo del lavoro, adottando uno stile diretto e immediato, con la macchina a mano (è operatore in quasi tutti i suoi film), come pure I fidanzati (1963), amaro ritratto della solitudine di un operaio del Nord trasferitosi per lavoro al Sud. Mentre si cimenta brevemente nella produzione – con la società XXII Dicembre finanzia alcuni esordienti, come L. Wertmüller ed E. Visconti – continua come regista a raccontare piccoli mondi. Con la parziale eccezione di E venne un uomo (1965), rievocazione biografica della vita e dell’apostolato di papa Giovanni XXIII, attenta all’uomo più che al pontefice, anche nei film realizzati per la televisione di stato (I recuperanti, 1969; Durante l’estate, 1971; La circostanza, 1973), il suo cinema guarda con occhio compassionevole e sincero a un’umanità colta nella umile laboriosità quotidiana. Si dedica poi a L’albero degli zoccoli (1978, Palma d’oro a Cannes), minuziosa ricostruzione della vita di una cascina bergamasca della fine del secolo scorso, nel quale tenta un ambizioso affresco della civiltà contadina, considerata come scaturigine della società italiana moderna. In questa pellicola, a ragione indicata come il suo capolavoro per l’attenzione affettuosa alle psicologie elementari e ai rituali arcaici di un mondo ormai scomparso, confluiscono la fede cattolica di O. e le sue origini biografiche. Il tono fiabesco ritorna nell’allegoria di Cammina cammina (1983), sull’episodio evangelico dei Re Magi, e poi – dopo una malattia che lo allontana dalla regia (ma non dal cinema: fonda la scola di Ipotesi Cinema a Bassano del Grappa) – anche nelle opere della maturità, dà Lunga vita alla signora! (1987), racconto di formazione di un altro giovane alle prese con le insidie della vita, a La leggenda del santo bevitore (1988, Leone d’oro a Venezia), rielaborazione dell’omonimo romanzo di J. Roth che ne accentua il misticismo raccontando l’avventura di un barbone (R. Hauer) che riceve da un misterioso benefattore la somma di 200 franchi, a patto che li restituisca alla chiesa dedicata a Santa Teresa di Lisieux. Con il passare degli anni diventa però difficile conservare la misura degli esordi e finisce per tracimare nell’arcadia leziosa (Il segreto del bosco vecchio, 1993) o nella maniera anodina (Genesi. La creazione e il diluvio, 1994). Soltanto con Il mestiere delle armi (2001) corrusca ricostruzione degli ultimi giorni di vita del condottiero mercenario del Cinquecento Giovanni delle Bande Nere, il regista ritrova in pieno l’equilibrio tra studio delle psicologie e attenzione all’ambiente delle opere migliori, firmando un capolavoro che riassume e sintetizza la sua poetica umanista e la sua idea di cinema antropocentrico sia sul piano figurativo che sul piano morale. Anche il successivo Cantando dietro i paraventi (2003), delicata parabola pacifista ambientata in una Cina ottocentesca, favolistica e lontana, conferma il ritrovato stato di grazia di un autore che vive con piena consapevolezza la propria maturità artistica e umana. Nel 2005 dirige C. Delle Piane in uno struggente episodio del film collettivo Tickets, diretto insieme a K. Loach e A. Kiarostami.

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    Silvio Soldini (Milano, 1958)
    Regista italiano
    Autore colto e sensibile, affascinato da personaggi sospesi in una deriva esistenziale che diventa materia narrativa, esordisce nella regia nel 1984 con il mediometraggio Giulia in ottobre, algida radiografia di una solitudine femminile sullo sfondo di una Milano fredda e quasi disabitata. Il suo L'aria serena dell'ovest (1990) racconto minimale sul caso e spietata analisi del disagio del vivere, è uno dei titoli che guidano la rinascita del cinema italano; il seguente Un'anima divisa in due (1993) attraverso la storia d’amore impossibile fra un milanese e una giovane ragazza rom, racconta ancora la fatica del conoscersi, mentre Le acrobate (1997) è un accorato ritratto femminile nel quale al dolore quotidiano si affianca più di una speranza. Soldini cambia il registro (ma non tematica narrativa) con la frizzante e fortunata commedia Pane e tulipani (1999), campione di incassi e premiato con numerosi riconoscimenti italiani e internazionali, in cui narra la paradossale vicenda di una donna sposata che approfitta di un’occasione offertale dal caso per dare una svolta alla propria vita; torna con Brucio nel vento (2001), tratto dal romanzo Ieri di A. Kristof, a una narrazione scabra e dolente che si adatta perfettamente alla sua sensibilità, ma due anni dopo firma nuovamente una commedia brillante, Agata e la tempesta. Debitore della lezione di Antonioni come di quella di Kieslowski, rigoroso e coerente, occupa una posizione inconfondibile nel cinema italiano contemporaneo per l’originalità con cui sa fondere una raffinata ricerca figurativa con un’inesausta riflessione morale.

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